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Il G8? La solita kermesse mediatica

Il fragile equilibrio planetario

Prendiamone atto. Le decisioni, storiche o meno, verranno prese altrove

di Enrico Cisnetto - 06 luglio 2009

C’è una vignetta dell’Economist che e illustra bene il G8 che si svolgerà all’Aquila: un gran tavolo da pranzo verso il quale convergono diversi camerieri e commensali, tutti con portate pesantissime da digerire – si va dagli spaghetti “carbon-era” (ovvero la questione ambientale e Kyoto) ai “north Korea Gnocchi” (l’escalation nucleare nordcoreana), dalla “Pizza Doha round” (l’impasse dei negoziati della Wto) alla “Fettuccine economic fiasco” (la recessione mondiale) fino alle “tagliatelle alla mullah-zarella” (l’esplosiva situazione iraniana) – e dietro questa valanga di piatti c’è un Obama scoraggiato, quasi seppellito dal cibo.

Insomma, gli inglesi, non rinunciano al loro proverbiale sarcasmo, ma questa vignetta esprime bene quello che gli addetti ai lavori sanno benissimo: e cioè che al G8 si parlerà di molti argomenti, si volerà molto alto, ma alla fine non si deciderà nulla. Sarà più che altro la solita kermesse mediatica che si concluderà con grandi proclami e promesse, grandi comunicati congiunti, e nessuna decisione operativa.

Le scelte decisive, infatti, verranno prese altrove. Primo, perché l’attuale composizione del G8 non rispecchia assolutamente gli equilibri tra le grandi potenze attuali. Italia, Francia, Germania, Gran Bretagna, Russia, Stati Uniti, Canada e Giappone rappresentano una compagine variegata che rappresenta solo il 50% del prodotto interno lordo mondiale e nemmeno il 13% della popolazione globale.

E, se si esclude la Russia, il G8 esclude per principio tutti i membri del “Brics” (Brasile, Cina India e Russia), ovvero i paesi che oggi rappresentano le uniche economie in crescita (con l’eccezione della Russia) in un quadro globale pesantemente recessivo.

Ma decisioni sostanziali, è bene saperlo, non verranno nemmeno dai vari “G qualcosa” allargati, come il G5 (Brasile, India, Messico, Cina e Sudafrica) o il “G8+5”, come del resto non si hanno più notizie dal G20 finanziario a guida britannica, che doveva riscrivere le regole della finanza e dell’economia del dopo-crisi. Né ha qualche probabilità di arrivare a grandi strategie il “G2” informale Usa-Cina, non contemplato nelle strutture ufficiali, ma che pure rappresenta l’asse su cui ormai si regge l’equilibrio planetario.

Un equilibrio fragile, quello tra il più grande debitore e il più grande creditore del mondo, soprattutto alla luce delle ultime decisioni proprio dei Brics, con in testa la Cina, che in questi ultimi mesi hanno dato sonore picconate alla supremazia del dollaro.

Ma a rendere difficili decisioni comuni tra Usa e Cina, oltre alle questioni valutarie, saranno anche i diversi interessi sugli scacchieri internazionali. Difficile, per esempio, trovare un accordo sull’Iran o sulla Corea del Nord, o sui Paesi in via di sviluppo proprio mentre la Cina è diventato il più grande business partner dell’Africa (è appena nato un China-Africa Development Fund pronto a realizzare una centrale elettrica nel Ghana, un polo tessile nel Malawi e un prestito da 1 miliardo di dollari allo Zimbabwe), o mentre l’Iran è appena diventato primo esportatore di petrolio in Cina, superando per la prima volta l’Arabia Saudita.

Se escludiamo tutti i vari “G”, allora, al di là del successo di organizzazione che tutti ci auguriamo per la presidenza italiana, qual è lo scenario in cui l’Italia può realmente incidere? Semplice: quello commerciale e industriale con la Cina. Quella cinese, infatti, sarà una vera e propria missione imprenditoriale più che politica. Trecento i businessmen che sbarcheranno a Fiumicino guidati dal Presidente della Repubblica popolare Hu Jintao e dal ministro del Commercio Chen Deming, con una “mission possible”: acquistare quanti più asset possibili in Italia, come hanno già fatto in analoghe missioni, avendo investito più di 15 miliardi di dollari tra Germania, Svezia, Inghilterra e Gran Bretagna dall’inizio del 2009.

Ma “quella in Italia sarà la missione più strategica”, ha detto non solo per ragioni di cortesia il ministro Deming. Non va dunque sottovalutata l’importanza di una simile affermazione fatta dal rappresentante di una delle – poche – potenze in crescita. E che crescita: giovedì scorso il Fondo monetario internazionale ha rivisto al rialzo le stime sul pil, prevedendo un +7,5% nel 2009 e addirittura dell’8,5% nel 2010.

Sono, dunque, numeri “simmetrici” a quelli europei e italiani. E se certo ha contato una maxi manovra keynesiana di stimolo all’economia (quasi 600 miliardi di dollari spesi dal Governo centrale da quando è iniziata la crisi), si vede che l’economia laggiù sta riprendendo a viaggiare a velocità esorbitanti: il listino di Shanghai è salito del 65% da inizio anno, mentre secondo il Peterson Institute di Washington entro il prossimo anno Pechino supererà il Giappone diventando la seconda grande economia del mondo dietro agli Usa, diventando il più grande importatore dell’Asia.

L’importanza di un partner del genere per l’Italia è fondamentale: soprattutto se guardiamo all’interscambio, che è cresciuto dal 2001 al 2008 da 7,8 a 28,3 miliardi di dollari, mentre nei primi 5 mesi del 2009 la Cina è l’unico mercato in cui l’Italia ha aumentato il suo export (+18% anno su anno).

Così la decisione cinese di investire nel manifatturiero, in particolare nel tessile, nell’auto, nelle tecnologie verdi, nell’agroalimentare, nell’energia, può essere uno straordinario volano per uscire dalla nostra recessione.

E’ chiaro, allora, su cosa l’Italia e i nostri “sherpa” dovranno puntare. Più che sulle “photo opportunity” e sui grandi proclami globali, pensiamo a come favorire specifiche opportunità di sviluppo. Perché il primo interesse nazionale, oggi, è soprattutto quello di uscire dalla recessione.

Allora, sgombrando il campo da qualunque tentazione protezionistica, e mettendo da parte qualunque ispirazione “anti”, come le rivendicazioni per la vexata quaestio tibetana o il rispetto del protocollo di Kyoto, cerchiamo di fare una grande operazione di politica industriale. Massimizzando i profitti di questa missione commerciale, e tentando di darle una “coda” di lungo periodo.

Ci sono i presupposti per compiere la stessa operazione che fece la Germania all’indomani del crollo del Muro: delocalizzando nell’Est europeo le sue produzioni manifatturiere a basso valore aggiunto e trasformando i paesi satelliti nel suo hub manifatturiero low cost. Oggi possiamo seguire quell’esempio riconvertendo il nostro tessuto produttivo – anche tramite una intelligente politica di stimoli fiscale – verso linee e filiere hi-tech ad alta intensità di conoscenza.

Questa è la grande scommessa dei prossimi giorni e dei prossimi anni. Per le altre vicende – Iran, governance mondiale, clima, paesi in via di sviluppo – rassegniamoci e prendiamo atto che le decisioni, storiche o meno, verranno prese, o rimandate, in ben altre sedi.

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