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L’apertura di una nuova stagione del mondo

Il “fondo sovrano dell’auto”

L’operazione Fiat-Chrysler segna la fine del capitalismo come lo conosciamo

di Enrico Cisnetto - 04 maggio 2009

Se è vero che la crisi finanziaria ha chiuso un’epoca, quella del “pensiero unico” mercatista, è possibile che l’operazione Fiat-Chrysler – che sarebbe meglio ribattezzare Marchionne-Obama – passi alla storia non solo e non tanto come un grande salvataggio industriale, ma soprattutto come l’apertura di una nuova stagione del mondo, in cui il ruolo degli Stati e (forse) della cogestione risulterà preminente?

La premessa è sicura: sì, la fase dello sviluppo capitalistico basato su una doppia preminenza, quella degli interessi del mercato sugli interessi generali e quella della finanza sull’economia reale, è davvero finita. Non a caso il Financial Times, organo del partito del “pensiero unico”, due giorni fa titolava “The closing of the Thatcher era”, consegnando ai libri di storia il liberismo. Altri, come il ministro Tremonti, fanno la stessa valutazione salvo posizionare la data “dell’inizio della fine” negli anni Novanta, attribuendo la responsabilità della marginalizzazione della politica e della conseguente idea di “Stato minimo” alla globalizzazione.

Più incerta, invece, la valutazione sulla nuova stagione che si deve aprire. Molti credono che il liberismo tornerà, e che questa che stiamo vivendo sia solo una parentesi. Altri, al contrario, immaginano che si esageri e che l’effetto pendolo ci spingerà ad eccessi di statalismo. Per quello che mi riguarda, sono entrambe opzioni possibili ma non auspicabili. La speranza, invece, è che si vada verso un quadro riconducibile allo schema “più Stato, più mercato”, laddove nel primo caso s’intende maggiore responsabilità della politica nella difesa dell’interesse generale, e nel secondo maggiore merito e minore burocrazia.

Come poi questa definizione possa essere declinata in concreto, è il vero nocciolo della questione. E allora, tornando al quesito iniziale, è pensabile che l’accordo annunciato ieri personalmente dal presidente americano rappresenti un primo significativo esempio di questa nuova stagione del capitalismo mondiale? Difficile rispondere, ma cominciamo col dire che la domanda è più che legittima e che gli ingredienti ci sono tutti.

Primo: Chrysler passa attraverso la procedura “chapter 11”, cioè va in amministrazione controllata, e questo significa che i poteri decisionali della proprietà sono sterilizzati. Secondo: Chrysler ha avuto e avrà soldi pubblici per il suo salvataggio. Terzo: dell’operazione si è occupato Obama in persona. Quarto: non solo è stato necessario il consenso dei sindacati – tra l’altro a fronte di un accordo su “lavorare di più, guadagnare di meno” che non è uno scherzo – ma quelli americani e canadesi avranno la maggioranza del nuovo gruppo automobilistico, almeno fino a quando Detroit avrà restituito i prestiti allo Stato e la Fiat potrà salire di quota. Quinto: lo stesso risanamento della Fiat, precedente e propedeutico all’operazione americana, è avvenuto anche con il concorso di scelte pubbliche, ultimo il recente provvedimento per il rilancio dei consumi.

Allora, a queste condizioni Fiat-Chrysler certo non s’inscrive negli annali del liberismo. Ma, neppure, è considerabile il risultato di una riedizione dello statalismo, magari di quello (peggiore) all’italiana. Possiamo definirla una sperimentazione in terra americana di una formula europea (tedesca) di cogestione? Per certi versi sì, visto il ruolo che ha avuto il sindacato nella partita. E potrebbe fare da apripista per altre esperienze simili, avendo cura, naturalmente, di evitare “espropri proletari” dei diritti-doveri degli azionisti e dunque governance aziendali pasticciate, Ma forse non è qui il punto più innovativo e copiabile dell’operazione Fiat-Chrysler.

Io credo che quanto congegnato da Marchionne sia definibile come la creazione di una sorta di “fondo sovrano dell’auto”, con una proprietà eterodossa rispetto a quelle che il capitalismo ci ha fin qui consegnato: né famigliare, tanto più se gli Agnelli splitteranno Fiat Auto dal resto del gruppo, né public company (intesa come espressione precipua del turbo-capitalismo degli anni scorsi), né fondo sovrano classico, visto che sono presenti più Stati. Funzionerà?

Troppo presto per dirlo. Ma se davvero dovesse funzionare, questo modello potrebbe essere clonato anche in altri settori industriali e terziari, e non necessariamente partendo da aziende in crisi (anche se è evidente, come nel caso Fiat-Chrysler, che la necessità del salvataggio aiuta a creare le condizioni adatte). E’ chiaro che siamo nel campo della pura sperimentazione, e che molto dovrà essere aggiustato o inventato ex novo.
Ma una cosa è certa: sarà bene che smettiamo di domandarci se e quando la crisi finirà e ci mettiamo a studiare nuovi profili proprietari e gestionali delle imprese. Il futuro è tutto da costruire.

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