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Public Policy

Potrebbe colmare il gap infrastrutturale

Il Fondo F2i di Vito Gamberale

Un’iniziativa tacciata di capitalismo di Stato, eppure la quota pubblica è minima

di Enrico Cisnetto - 09 febbraio 2007

Come tagliarsi gli attributi per far dispetto alla moglie. Il Fondo per le Infrastrutture affidato alla guida di Vito Gamberale non ha fatto in tempo a nascere che subito è arrivata una fragorosa levata di scudi da parte dei liberisti senza se e senza ma. I quali hanno evocato lo spettro del capitalismo di Stato senza nemmeno fermarsi un momento a ragionare, a vedere se davvero F2i è la nuova Iri. Eppure il Fondo nasce con solo una quota del 14,3% in mano ad un azionista pubblico (la Cassa Depositi e Prestiti), mentre il resto dell’azionariato è composto dalle fondazioni bancarie (soggetti di diritto privato, lo ricordo), dalle due principali banche del Paese, Intesa-Sanpaolo e Unicredito, e da Lehman Brothers (e questo dovrebbe essere per lo meno una garanzia per gli esterofili commentatori nostrani), non legati da patti di sindacato. L’amministratore delegato, poi, è tutto tranne che un boiardo di Stato, visto che da ex manager delle Partecipazioni Statali ha privatizzato in Gepi ed Eni e inventato la Tim in un settore, quella della telefonia mobile, altamente concorrenziale.

Ma soprattutto, i critici non sembrano tenere assolutamente conto del fatto che il Fondo nasce per investire in un settore nel quale l’Italia sconta un ritardo di anni, e che grazie al capitale raccolto (2 miliardi) adeguatamente levereggiato, può mettere sul piatto qualcosa come 10 miliardi di euro. Una cifra che potrebbe essere decisiva se non per colmare, ma almeno per ridurre il nostro gap infrastrutturale. E colpire un progetto di cui il Paese ha un estremo bisogno, come diceva Talleyrand, è più che un delitto, è un errore.

Pubblicato sul Mondo del 9 febbraio 2007

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Società Aperta è un movimento d’opinione, nato dall’iniziativa di un gruppo di cittadini, provenienti da esperienze professionali e politiche differenti, animati dalla comune preoccupazione per il progressivo declino dell’Italia, già dal lontano 2003, quando il declino dell’economia, almeno a noi, già era evidente come realtà acquisita. L’intento iniziale era evitare che il declino diventasse strutturale, trasformandosi in decadenza. Oltre a diverse soluzioni economiche, Società Aperta, fin dalla sua costituzione, è stata convinta che l’unico modo per fermare il declino sarebbe stato cominciare a ragionare, senza pregiudizi e logiche di appartenenza, sulle cause profonde della crisi economica italiana e sulle possibili vie d’uscita. Non soluzioni di destra o di sinistra, ma semplici soluzioni. Invece, il nostro Paese è rimasto politicamente paralizzato su un bipolarismo armato e pregiudizievole, che ha contribuito alla paralisi totale del sistema. Fin dal 2003 aspiravamo il superamento della fallimentare Seconda Repubblica, per approdare alla Terza, le cui regole vanno scritte aggiornando i contenuti della Carta Costituzionale e riformulando un patto sociale che reimmagini, modernizzandola, la costituzione materiale del Paese. Questo quotidiano online nasce come spin-off di Società Aperta, con lo scopo di raccogliere riflessioni, analisi e commenti propedeutici al salto di qualità necessario