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I numeri sulle tasse

Il fisco spara sul mucchio e non stana gli evasori

Nell'affrontare il tema dell'evasione fiscale, alla realtà si preferisce il sensazionalismo

di Davide Giacalone - 15 luglio 2013

Brutti, corrotti ed evasori. Alla sbirraglia e al giornalismo piace raccontare che gli italiani sono tutti (o quasi) così. Se non ne denunci le porcate non diventi famoso, se non le descrivi non ti mettono in prima e non vendi. Così anche l’ultima raffica di dati fiscali è stata raccontata in questa chiave, puntualmente finita nei titoli più strillati: dal 2000 al 2012 sono stati accertati 807,7 miliardi di evasione fiscale, di cui solo 69,1 effettivamente pagati. Un nulla, che segnala la protervia senza vergogna di un popolo di malfattori. E se le cose stessero diversamente?

Dunque: 807,7 sono i miliardi che il fisco suppone siano stati sottratti, mettendo nel conto tutto, dall’erario all’Inps, dagli enti locali all’Inail. Cominciamo subito con il dire che 193,1 miliardi sono già stati riconosciuti come non dovuti. Nel senso che l’esattore li ha contestati e pretesi, ma il cittadino ha dimostrato, a spese proprie, che si trattava di una prepotenza senza ragione. Se si leggono le due colonne del carico sgravato (dell’accertato come non dovuto) e dell’effettivamente riscosso, nel corso di quei dodici anni, vengono i brividi. Giusto qualche esempio: nel 2001 i cittadini hanno dimostrato di avere ragione per 24,2 miliardi, mentre l’erario ne incassava 4,5; nel 2003 si stava 28,9 a 4,3; nel 2006 eravamo a 26,7 contro 8,4. Per semplificare: lo Stato esattore deve ammettere di avere torto, cioè di avere intimato ai propri cittadini di versare soldi senza che fossero dovuti, in misura notevolmente superiore a quel che riesce a farsi legittimamente dare. Quindi, a ben vedere, non è che si tratta di uno Stato occhiuto e precisino, in eterna lotta contro un branco di lestofanti sfuggenti, ma, all’opposto, uno Stato che spara a casaccio e nel mucchio, colpendo ingiustamente anche cittadini e aziende che poi perdono tempo e denaro per respingere le raffiche orbe.

Torniamo alle cifre generali, aggregate negli anni: 807,7 (il preteso) meno 193,1 (il dimostratosi ingiusto) meno 69,1 (il pagato) fa 545,5. Da questi togliamone 20,8, che sono ancora contestati, e fa 524,7. 107 miliardi sarebbero dovuti da soggetti che sono falliti, quindi anche il conflitto fiscale finisce nella fallimentare. Tocca ai giudici procedere (nella più arcaica, oscura e inquietante delle sezioni dei tribunali). Togliamo pure quelli e fa 417,7. 19 miliardi sono stati rateizzati, quindi riconosciuti e in corso di pagamento. Togliamoli e fa 398,7. Con il che siamo passati dall’urlo folle degli 807,7 miliardi sottratti a un più limitato 398,7. In dodici anni. Scusate, ma è meno della metà. Se alla bancarella della frutta facessero così i conti sarebbero arrestati. Giustamente. E se fanno così i conti, anche quei 398,7 mi puzzano.

Posto ciò, io sono contrarissimo all’evasione fiscale. Per due ragioni. La prima è etica: le leggi si rispettano e il dovuto si paga. La seconda è più concreta: se non ci fosse la valvola di sfogo dell’evasione avremmo cittadini pronti a difendere con le mani i propri soldi e, quindi, avremmo forze politiche meno ipocrite, giornali meno proclivi al giustizialismo fiscale e funzionari un po’ più attenti a non sparare cavolate galattiche. Aggiungo che la cosa riguarda sia la responsabilità politica che quella amministrativa e burocratica: quando la distanza fra il preteso e l’incassato è così abissale (qui siamo a 9 di pagato su 100 di preteso) è ora di mandare a casa, con disonore, ministri e dirigenti. Tutti. Subito. Vediamo se, messe così le cose, vien loro voglia di darci dati un po’ meno suggestivi e un po’ più rispettosi della realtà.

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