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Tasse ed evasione

Il fisco. La morale e la realtà

Morbosità accertative e vincoli al contante non servono per una vera lotta all'evasione

di Enrico Cisnetto - 02 dicembre 2012

Siccome pagare le tasse è un imperativo morale assoluto, perché dalla sua osservanza dipende la condizione di vita degli altri e dell’intera comunità, è lecito per questo usare qualunque mezzo per colpire l’evasione fiscale? La mia risposta è no. Così come non è lecito sottrarsi al pagamento, anche quando si è in presenza di un evidente eccesso di pressione fiscale, di assurde complicazioni e di inutili accanimenti burocratici (come spesso partiti e giornali di centro-destra e personalità liberiste teorizzano), altrettanto, per ragioni sia di libertà che di opportunità, non deve essere consentito all’amministrazione pubblica – tanto più se è cattiva pagatrice dei propri debiti – di creare condizioni di morbosità accertativa e di vincoli nell’uso del proprio denaro (come spesso invocano coloro che militano nella politica e nella cultura di sinistra). Questo dovrebbe essere il credo del legislatore e di chi da esso è preposto alla riscossione dei tributi e all’accertamento del loro regolare pagamento. Si dice: ma se ci sono tra i 120 e i 150 miliardi di evasione da recuperare, e questo trasforma il carico fiscale per gli onesti che pagano regolarmente dal 44,7% ufficiale al 54,8% effettivo, allora tutto è lecito. Non è così, e nella puntata di domani del mio “Roma Incontra-Ara Pacis” cercheremo di dimostrarlo. Sia in via di principio, sia sul piano pratico.

Partiamo dagli strumenti che ultimamente sono stati utilizzati per ridurre l’evasione e combattere chi non paga: vincoli nell’uso del denaro contante, controlli “stile Cortina” e adesso il redditest. Al di là della obiettiva riduzione della libertà individuale che essi generano, cui comunque è corretto contrapporre il danno collettivo (e quindi a ciascuno) che l’evasione produce, la domanda è: a quali risultati possono portare questi strumenti se nel 2013, anno in cui è aumentata la repressione con la benedizione del governo Monti, la stessa Agenzia delle Entrate stima un recupero effettivo di 13 miliardi, cioè soltanto il 2,3% in più dei 12,7 miliardi dell’anno prima e il 18% rispetto agli 11 miliardi del 2010? Domanda più che lecita, perché anche supponendo che tutte le altre variabili economiche negative (pil, consumi, investimenti, ecc.) siano imputabili esclusivamente alla recessione, il fatto che tra giugno 2011 e giugno 2012 l’Italia abbia subito un deflusso di capitali pari a 235 miliardi, cioè qualcosa come il 15% del pil (stima Fmi dello scorso 10 ottobre), altra spiegazione non ha che quella della paura del fisco. Fatto che trova riscontro nel crollo dei depositi nelle banche italiane (-26,4 miliardi nel solo mese di ottobre).

E in questa situazione, ha voglia Attilio Befera a dire che i modelli di consumo, e dunque gli stili di vita, presuntivamente stabiliti con il redditest, non hanno nulla di moralistico e sono solo indicativi. Il sistema funzionerebbe se il parametro della congruità servisse solo per indirizzare gli accertamenti, e questi fossero fatti tenendo conto del prezioso consiglio del presidente del commercialisti Claudio Siciliotti: non infastidire chi ha rispettato le leggi, distinguere tra la dimensione criminale del fenomeno e quella dovuta o allo stato di necessità o, a maggior ragione, a errori (quasi sempre ascrivibili a norme astruse e procedure complicate) e detrazioni di costi indebite. Diversità che ne merita altrettanta nei metodi e mezzi di repressione.

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