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La nuova locomotiva dell’economia globale

Il Dragone vincente

Sarà la Cina la vera exit strategy dalla crisi mondiale

di Enrico Cisnetto - 15 gennaio 2010

La Cina? La nuova locomotiva dell’economia globale. Anzi, la vera exit strategy dalla crisi mondiale. O quantomeno, l’unico reale interlocutore degli Stati Uniti, pronto a realizzare quel G2 che escluderebbe definitivamente l’Europa dalla “stanza dei bottoni” planetaria. La Cina? Una bolla di proporzioni inimmaginabili, pronta a scoppiare con conseguenze ancora più disastrose di quelle della crisi finanziaria iniziata nell’estate 2007 e dalla quale stiamo faticosamente uscendo. Il confronto il default di Dubai apparirà come bazzecola.

Da qualche tempo il dibattito sul “dopo crisi” e quello sulla Cina hanno finito per fondersi, creando due correnti di pensiero inconciliabilmente opposte: da un lato c’è chi pensa che il gigante asiatico sarà la nostra salvezza, dall’altro c’è chi sostiene, come per esempio James S. Chanos (il finanziere che previde il tracollo Enron) sul New York Times, che sarà la nostra rovina. Tertium non datur. Chi ha ragione? Partiamo dai dati. Nel 2009 della recessione mondiale il Dragone è riuscito a crescere dell’8,5%, portando il reddito pro-capite a 3.600 dollari/anno, ben il 360% di quanto non fosse sei anni fa.

Come? Intanto, esportando per 1070 miliardi di dollari ha scalzato la Germania da sempre leader incontrastata del commercio mondiale. E non è solo una questione di bassi costi e quindi dumping sui prezzi. Per capire il fenomeno va tenuta in considerazione la scientifica “conquista” che i cinesi stanno facendo dei porti europei, sia sul bacino del Mediterraneo, sia sull’Atlantico, sia sul Mare del Nord. L’ultima acquisizione, per 4,3 miliardi di euro, ha riguardato il Pireo di Atene, uno dei principali snodi commerciali dell’Europa meridionale. Inoltre, è bene sapere che delle prime cinque aziende terminaliste (movimentazione dei container) al mondo, tre sono cinesi. Insomma, per la Cina il commercio mondiale non significa solo produzione ed export, ma anche trasporto, movimentazione delle merci, logistica. E quindi gestione dell’import. Fattore sempre più importante, per il semplice motivo che la crescita cinese sta diventando sempre di più consumi interni.

Ed ecco spiegato un altro primato conquistato: dopo oltre un secolo gli Stati Uniti non sono più il primo mercato mondiale dell’auto perché la Cina ha raggiunto un totale di 13,6 milioni di veicoli, il 46% in più dell’anno precedente, mentre negli Usa le vendite sono diminuite del 21% a 10,4 milioni, un livello che non si vedeva dal 1982. A tutto questo si aggiunga il fattore geopolitico della dominanza dell’intera area asiatica, come dimostra la crescita dell’interscambio con paesi come Sud Corea e Taiwan, e la rilevanza strategica della sua leadership assoluta nella produzione di metalli rari (come il terbio, disprosio, neodimio, europio) indispensabili per la realizzazione di prodotti (dalle batterie di auto elettriche ai cavi in fibra ottica, dai superconduttori alle lampadine a basso consumo energetico, dalle turbine eoliche alle macchine radiografiche e le linee telefoniche superveloci) che fanno gran parte dei mercati del futuro, quelli green economy e high tech.

Tutto questo ci dice che la crescita della Cina non è solo forte, ma anche “sana”, nel senso che la quota di indebitamento che genera è fisiologica e non patologica. Tuttavia, è anche vero che la Banca Centrale di Pechino ha alzato di due punti (dal 13,5% al 15,5%) la quota che le banche devono accantonare come riserva, mentre il Tesoro cinese ha aumentato per due volte in pochi giorni il rendimento dei titoli di Stato. Decisioni che rappresentano una vera e propria stretta creditizia, e che possono essere interpretate sia come una conferma dell’esistenza di un pericolo “bolla”, sia anche, però, come la capacità di usare la politica monetaria per evitare che il combinato disposto di un surriscaldamento dell’economia e un afflusso senza precedenti di denaro verso la Cina produca guai.

Insomma, sbaglia chi scommette su un inciampo della Cina e, di conseguenza, degli Stati Uniti, partendo dal presupposto che più della metà del debito pubblico Usa è in mano proprio alla potenza asiatica. Anzi, al contrario, sarà la Cina a pilotare nei fatti l’uscita dell’intera economia mondiale dalle secche della crisi prima finanziaria e poi recessiva. E magari a fare da crocerossina per i paesi in difficoltà, se è vero che si accingerebbe a sottoscrivere 25 dei 54 miliardi di euro di bond che Atene dovrà emettere per far fronte alla sempre più preoccupante crisi che ha coinvolto la Grecia.

Ma questo non significa che nella sua straordinaria evoluzione non ci siano dei problemi, e che per la dimensione e per il peso economico e geopolitico raggiunto nel mondo, i problemi della Cina non diventino di tutti. Tuttavia, credere che la Cina non disponga delle capacità per prevenire questi problemi, e per governarli nel caso tendano a diventare tali, sarebbe un errore imperdonabile. Grave quasi quanto una bolla che scoppia.

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