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Cina all’assalto dell’economia mondiale

Il Drago asiatico non si pone limiti

Tuttavia Pechino non potrà mai costruire un consenso pari al “mito americano”

di Andrea Marini - 24 giugno 2005

Nessuno lo può contestare. L’ingresso della Cina sul mercato mondiale, ma soprattutto la modalità di questo ingresso, non ha precedenti. Questa è la conclusione a cui si è giunti durante la presentazione del libro di Federico Rampini sulla Cina, a cui hanno partecipato Massimo D’Alema e Giulio Tremonti.

Mai nella storia – ha detto Rampini – un paese è andato all’assalto dell’economia globale partendo sia dal livello più basso che dal livello più alto della catena del valore. Non solo, infatti, il Dragone asiatico sta divorando il mercato del tessile e dell’abbigliamento delle altre nazioni contando su un basso costo del lavoro senza eguali; ma, con pazienza tutta orientale, è passato a fare shopping di imprese elettroniche, manifatturiere e ora anche petrolifere dei paesi più sviluppati. L’obiettivo: acquisire know-how in settori hi-tech, migliorare la propria reputazione sui mercati legando i propri prodotti a marchi famosi, placare la propria sete di materie prime. Il Gigante asiatico, insomma, non si pone limiti.

Anche perché, come ha evidenziato D’Alema, la Cina non può essere considerata una nazione emergente: è un paese che “ri-emerge”; ha una tradizione di grande potenza (nell’800 il Pil dell’Impero Celeste era uguale a quello dell’Occidente), una continuità statale senza eguali, e anche un sentimento di rivalsa nei confronti dei popoli bianchi (rispetto ai quali non si sente affatto inferiore, anzi), considerati, con il loro colonialismo, i principali responsabili dei mali passati del paese.

Per questo motivo, i cinesi sono abituati a ragionare nel tempo lungo e non si preoccupano affatto di contrastare l’unilateralismo a stelle e strisce: tanto durerà poco. Il futuro sarà il bipolarismo Usa-Cina, ed è questo che stanno preparando, cercando alleati e amici con cui costruire la imminente “spartizione” del mondo con Washington.

Tuttavia, Tremonti è sì d’accordo che la Cina sarà a breve una superpotenza sulla scena geopolitica mondiale, ma se il prossimo sarà il “secolo cinese”, il Dragone asiatico non potrà mai avere il ruolo che hanno avuto gli Stati Uniti nel passato “secolo americano”. Gli Stati Uniti, infatti, erano un paese vuoto, calamita per gli immigrati, una società “universale”; inoltre, con la propria produzione culturale, con Hollywood, hanno reso l’America un mito. Nonostante la crescita, oggi nessuno vuole essere “cinese”.

Per di più – continua Tremonti – Pechino è un mix di forza e debolezza, proprio come lo era la Germania all’inizio del ‘900. E si è visto la Germania che fine ha fatto a metà del secolo scorso. Quando incomincerà a battere i pugni sul tavolo della politica internazionale, la Cina non lo farà solo in quanto “fabbrica del mondo”, ma anche come leader finanziario planetario. Tuttavia, le questioni ancora irrisolte sono molte: il peso eccessivo dello Stato nell’economia, il problema demografico, la mancanza di materie prime, una potenziale bomba ecologica.

Come se ciò non bastasse, sia Tremonti che D’Alema hanno fatto notare come il consenso intorno alla dittatura del partito comunista si mantiene grazie alla crescita. C’è una classe media che negli ultimi anni si è arricchita e che garantisce la stabilità del regime. Ma sotto i grattacieli delle nuove megalopoli cinesi covano tensioni create dallo stesso sviluppo impetuoso, come per esempio gli enormi squilibri tra città e campagna, l’enorme massa operaia senza tutele sindacali o, ancora, la presenza di sette religiose di stampo irrazionalista.

Se scoppia una crisi nel Gigante asiatico, date le dimensioni, ci vorrà con ogni probabilità mezzo secolo per riassorbirla. Paradossalmente, la minaccia lanciata dalla Cina alla stabilità mondiale riguarda più la sua debolezza che non la sua forza.

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