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Cercasi soluzione di diritto

Il dolore di Welby e la ragione

I malati terminali devono avere il diritto di rinunciare alle terapie e alle macchine

di Davide Giacalone - 06 dicembre 2006

La morte non è una meta cui si ha diritto, ma un capolinea inevitabile. Raccontano che Karol Wojtyla abbia detto “lasciatemi andare”, prima di morire. In ogni caso aveva rifiutato un nuovo ricovero al Gemelli, rendendosi conto che la fine era comunque vicina. Sono temi difficili, come quello che pone Piergiorgio Welby, ed è una ragione di più per non gettarli nel frullatore di uno scontro politico scomposto e talora dissennato. Da noi è proibito l’omicidio (naturalmente), anche se il morituro è consenziente. E’ proibito assistere un suicida aiutandolo a farla finita. Mi sembra giusto così. E’ proibita anche l’eutanasia attiva, vale a dire l’intervento farmacologico, l’avvelenamento per sopprimere la vita di un malato terminale. Anche questo trovo che sia giusto. Ma da qui al sostenere che una persona debba essere tenuta in vita sempre e comunque, anche al di là della propria volontà, c’è tutta una zona grigia, che tante volte i congiunti risolvono in via di fatto, senza scomodare grandi principi, senza muovere grandi battaglie ed agendo con il bene e per il meglio. Welby, e con lui i radicali, ci dice che preferisce non usare sotterfugi, che rivendica un suo pubblico diritto alla morte. Ci pone, insomma, il problema di non risolvere la questione solo secondo ragionevolezza, ma anche secondo il diritto. Credo si possa dire questo: i malati terminali la cui vita dipende dalle terapie o dalle macchine che li assistono devono avere il diritto di rinunciare alle terapie ed alle macchine, non si può imporle contro la loro volontà, tale scelta, però, non fa venire meno la possibilità di usufruire di una terapia contro il dolore. Non credo si possa affermare un diritto alla morte, mentre esiste il diritto a conoscere e scegliere la terapia. Se la scelta compiuta porta verso la fine, che questa non sia accompagnata dal dolore. Welby è anche presidente dell’associazione Luca Concioni. Quest’ultimo si trovava nelle sue stesse condizioni, ma ha lottato, fino alla fine, non per morire, ma per vivere. Ha urlato la necessità di far correre la ricerca scientifica, ha sperato nella salvezza se non per sé almeno per quanti si troveranno ad affrontare la stessa malattia. Le graduatorie del dolore sono folli, ma è con Concioni, con il suo silente urlo vitale, che si guarda al futuro.

www.davidegiacalone.it

Pubblicato da Libero di mercoledì 6 dicembre

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