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L'ennesima spaccatura in casa Pd

Il "documento dei 72"

Un Partito democratico alla ricerca dell'identità perduta

di Pietro Salvatori - 24 settembre 2010

È già noto come “il documento dei 72”. È il testo promosso da Walter Veltroni e sottoscritto da una nutrita pattuglia di deputati e senatori democratici. Un documento che ha fatto discutere molto, dentro il Pd e non solo. Un conto è coltivare una propria linea di dissenso attraverso convegni, tavole rotonde, fondazioni, esternazioni più o meno critiche alla linea del proprio segretario. Un altro è sancire l’esistenza formale di una vera e propria minoranza interna dentro al partito, aggiungendo in calce ad un testo che muove delle critiche puntuali alla linea politica della maggioranza il nome e il cognome di chi le sottoscrive.

Il Partito democratico – è un refrain fin troppe volte ripetuto – è una formazione che sta ancora cercando di definire i contorni di una propria identità. L’ex sindaco di Roma aveva lanciato un progetto preciso, nelle sue linee direttrici. Il Pd sarebbe dovuto essere un partito a vocazione maggioritaria, che avrebbe dovuto ispirarsi, nelle proprie issues politiche, all’omonima formazione statunitense. Sincretico, dunque, rispetto alle diverse sensibilità del mondo progressista italiano.

Il progetto, com’era ovvio che fosse, comprendeva una visione specifica della riforma dell’assetto istituzionale del Paese. Una legge elettorale di stampo maggioritario, l’automatica candidatura del segretario del partito a presidente del Consiglio dei ministri. Il Pd sarebbe dovuto divenire un polo d’attrazione per tutte le forze medio-piccole che gravitano intorno alla sua orbita. La forza propulsiva veltrioniana aveva portato al predellino di Berlusconi, innescando i prodromi di un sistema virtuoso che aveva portato, al netto del gruppo misto, a sole quattro formazioni rappresentate in parlamento.

Se dopo due anni la situazione è ricaduta in una sostanziale confusione che vede oltre venti formazioni parlamentari combattere per il proprio posto al sole, una tra le tante motivazioni è nel fatto che la visione di Veltroni ha subito una dura sconfitta sul campo. Il sistema politico-istituzionale, che di certo non favorisce l’aggregazione delle forze parlamentari una volta che si è votato, non è stato riformato. Di modifica della legge elettorale si parla come un miraggio. Il centrodestra annaspa a cavallo tra pressanti problemi di natura politica e scandali di mezza estate sulla stampa d’area.

Ma è soprattutto in casa propria che l’ex-segretario ha subito una dura sconfitta. La linea della nuova dirigenza Bersani diverge radicalmente dai propositi veltroniani. Il nuovo segretario, dopo aver tentennato per qualche mese, sta pian piano tirando fuori qualche idea su come vorrebbe che fosse il suo partito.

L’immagine è quella di una formazione socialdemocratica, dall’identità ben marcata e caratterizzata, che possa parlare a quei settori del Paese che si identificano in un riformismo deciso ma che non proceda per strappi. Ne va da sé che l’inclusività voluta da Veltroni viene a mancare. Lo ha ben esplicitato il segretario nella sua lettera di fine estate a Repubblica, con la quale ha lanciato l’idea di rivitalizzare l’Ulivo. Una coalizione di partiti, dunque, un fitto sistema di alleanze che devono vedere il Partito democratico quale forza propositiva e guida, ma che non implicano una ridefinizione bipolare dell’assetto politico.

Anzi, al contrario i bersaniani sono fautori di un sistema che possa preservare la specificità della caratterizzazione politica del partito, unendola ad una sostanziale catalizzazione del consenso. Il voto utile, chiamiamolo così. In poche parole, il vecchio pallino di D’Alema, padre nobile dell’attuale maggioranza di partito, per il sistema alla tedesca. Un proporzionalismo puro, corretto da soglie di sbarramento, magari con le preferenze, che poco ha a che fare con il maggioritario, meglio se a doppio turno, immaginato da Veltroni e i suoi.

La spaccatura in atto nel maggiore partito di opposizione potrebbe dunque rivelarsi inaspettatamente feconda. Dopo mesi nei quali le linee di frattura interne sono corse lungo l’asse dei personalismi dei singoli dirigenti, un franco e alacre scontro su prospettive e contenuti potrebbe rivitalizzare un partito che fatica nel dettare l’agenda politica del Paese. E nel mentre, non è detto che una dialettica interna chiara e proficua, strutturata tramite correnti, da molti additate come uno spauracchio, non possa essere usata a proprio vantaggio.

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