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Sagge parole di Capotosti e Folli sull’immunità parlamentare

Il dito e la luna

Ennesimo privilegio della "casta" o imprescinidibile tutela?

di Marco Scotti - 16 novembre 2009

“Nella Carta, insieme all’autonomia della magistratura, i padri costituenti, cioè i vari De Gasperi e Togliatti, inserirono l’istituto dell’immunità parlamentare. Non lo fecero perché erano dei malandrini, ma perché consideravano quella norma necessaria per evitare che il potere giudiziario arrivasse a condizionare il potere politico”. È questo uno dei punti salienti dell’editoriale di Augusto Minzolini, direttore del Tg1, andato in onda alle 20 del 9 novembre scorso. L’attacco portato avanti dall’ex giornalista della Stampa aveva un obiettivo, il pm Antonio Ingroia, reo di aver definito “pericolosa” la riforma della giustizia preconizzata da Berlusconi.

Dal giorno della bocciatura del Lodo Alfano, l’agenda politica italiana si è pian piano riempita di dibattiti intorno alla necessità o meno di reintrodurre un provvedimento che venne cancellato nel 1993 sull’onda di Tangentopoli. Se, da un lato, il provvedimento sembra un privilegio che non farebbe altro che segnare un solco ancora più ampio tra la “casta” politica e la gente comune, dall’altro è però innegabile che esso metterebbe al sicuro l’operato dei governi da eventuali iniziative della magistratura volte a sovvertire l’esito determinato dal voto democratico.

Una dicotomia così netta, però, ci lascia perplessi, soprattutto per l’idea che un membro della vita pubblica italiana possa essere a priori esentato da un processo solo in virtù del suo ruolo. Per questo motivo, ci sembra pienamente condivisibile l’ipotesi avanzata dal Presidente emerito della Corte Costituzionale, Piero Alberto Capotosti, di ribaltare il concetto di immunità, portandola da negativa a positiva. Ergo, da “nessuno può essere processato tranne…” (come era prima del 1993) a “tutti possono essere processati tranne…”. In questo caso il “tranne” non sarebbe più realizzato tramite la richiesta di autorizzazione a procedere, come scritto nell’articolo 68 della Costituzione, ma attraverso una maggioranza qualificata (Capotosti parla dei due terzi) che porrebbe il veto sulla possibilità che un certo parlamentare venga sottoposto a procedimento penale. Così facendo, l’accountability, ovvero la necessità per l’uomo pubblico di rispondere delle proprie azioni direttamente e senza privilegi, meccanismo tanto caro alla politica anglosassone, verrebbe pienamente rispettata, ma al tempo stesso i politici sarebbero tutelati da eventuali intenti persecutori portati avanti dalla magistratura. Si eviterebbe anche lo scontro frontale che negli ultimi anni ha avvelenato il panorama politico nostrano tra la magistratura da una parte e alcuni rami dell’arco parlamentare.

Siamo altresì d’accordo con Stefano Folli quando dichiara che le priorità, al momento, sono altre. “Occorre una riforma complessiva”, ha detto l’editorialista, intervistato da Liberal, “che comprenda anche la legge elettorale, che per sua natura ha un’importanza quasi costituzionale. Se ci fosse questa volontà di mettere mano complessivamente a una revisione delle nostre istituzioni in una chiave virtuosa, allora il discorso dell’immunità ha un senso”.

Solo seguendo percorsi di questo tipo sarà possibile intraprendere un sentiero di coesione e di unità nazionale che permetta al sistema Italia di svoltare definitivamente, entrando nel novero delle grandi potenze mondiali.

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Società Aperta è un movimento d’opinione, nato dall’iniziativa di un gruppo di cittadini, provenienti da esperienze professionali e politiche differenti, animati dalla comune preoccupazione per il progressivo declino dell’Italia, già dal lontano 2003, quando il declino dell’economia, almeno a noi, già era evidente come realtà acquisita. L’intento iniziale era evitare che il declino diventasse strutturale, trasformandosi in decadenza. Oltre a diverse soluzioni economiche, Società Aperta, fin dalla sua costituzione, è stata convinta che l’unico modo per fermare il declino sarebbe stato cominciare a ragionare, senza pregiudizi e logiche di appartenenza, sulle cause profonde della crisi economica italiana e sulle possibili vie d’uscita. Non soluzioni di destra o di sinistra, ma semplici soluzioni. Invece, il nostro Paese è rimasto politicamente paralizzato su un bipolarismo armato e pregiudizievole, che ha contribuito alla paralisi totale del sistema. Fin dal 2003 aspiravamo il superamento della fallimentare Seconda Repubblica, per approdare alla Terza, le cui regole vanno scritte aggiornando i contenuti della Carta Costituzionale e riformulando un patto sociale che reimmagini, modernizzandola, la costituzione materiale del Paese. Questo quotidiano online nasce come spin-off di Società Aperta, con lo scopo di raccogliere riflessioni, analisi e commenti propedeutici al salto di qualità necessario