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La difformità delle gestioni penalizza tutti

Il disordine del mercato del lavoro

Il problema delle sedi produttive dislocate in più Regioni. Un federalismo selvaggio.

di Alessandro Rapisarda - 18 maggio 2007

Il mercato del lavoro è costituito da tre colonne portanti: la domanda, l"offerta e il terzo soggetto rappresentato dallo Stato. Questo ragionamento scaturisce dal fatto che per poter accedere a questo mercato, le due parti attive (offerta e domanda), devono obbligatoriamente passare per il tramite degli uffici pubblici. Nel nostro paese questo si traduce in una serie di problematiche, che appesantiscono di rigidità e costi il rapporto di lavoro. Proviamo a pensare che cosa accade ogni giorno ad un datore di lavoro, che ha più sedi produttive allocate nel territorio nazionale e si trova ad affrontare alcune scelte in merito a possibili assunzioni.

Ipotizziamo che le sedi menzionate siano ubicate nelle seguenti regioni: Lazio, Emilia Romagna e Marche. Aggiungiamo a questo che il datore di lavoro, operando in un settore tecnologico di forte espansione, voglia assumere dei giovani al fine di formarli per l"ulteriore sviluppo della propria produzione. In questo caso credo che sussistano tutti i requisiti per poter instaurare un contratto di apprendistato: un giovane tra i 18 - 29 anni, un percorso formativo di crescita professionale e la possibilità di usufruire di agevolazioni contributive. Il primo problema che il datore di lavoro deve affrontare è la regolamentazione demandata alle regioni in materia di formazione professionale dal D.Lgs. 276/2003. Questo sicuramente comporterà per lo stesso datore di lavoro tre modi diversi di affrontare il problema. Mentre l"insediamento produttivo laziale si troverà ad affrontare una regolamentazione regionale presente nella forma ma carente nella sostanza, quello emiliano romagnolo dovrà applicare una serie di adempimenti sia formali che sostanziali abbastanza precisi.

Naturalmente lo stabilimento marchigiano si troverà in una situazione ulteriormente difforme dagli altri. Oltre alle questioni già menzionate, il datore di lavoro dovrà sciogliere ulteriori nodi burocratici relativamente ai semplici adempimenti di comunicazione agli uffici pubblici. Sempre riprendendo l"esempio di prima i tre stabilimenti, per una qualsiasi assunzione o trasformazione del rapporto di lavoro, si troveranno a compiere diverse forme e metodiche gli adempimenti di comunicazione. Queste difformi gestioni amministrative del rapporto di lavoro, degenerano in uno stato di incertezza da parte dei soggetti attivi del mercato del lavoro e a sua volta andranno ad incidere sulla funzionalità ed utilizzo di forme di lavoro importanti, come per l’inserimento lavorativo dei giovani (vedi apprendistato). Le conseguenze che creano queste disorganicità tra le regioni, si riverberano sugli effetti delle strategie economiche nazionali. Queste diventano ancora più gravi quando ricadono sui soggetti attivi del mercato del lavoro, perché si creano situazioni di incertezza, in alcuni casi di impossibilità della gestione del rapporto, maggiori costi per i datori di lavoro che impegnano risorse umane ed economiche al fine di gestire al meglio il rapporto di lavoro e maggiori oneri sociali per il cittadino. Questo sistema a compartimenti stagni, che può trovare una sua giustificazione nell’influenzare le amministrazioni locali, non spiega alcuni comportamenti delle sedi territoriali di enti pubblici gestiti dallo Stato, come l"INPS o INAIL. Capita ed è capitato, che uffici provinciali o regionali prendessero posizioni autonome e contrastanti, in merito ad alcune situazioni o fattispecie di rapporti di lavoro. Questo comporta oltre che un"ultra attività delle sedi, anche una forma di ostruzionismo amministrativo nei confronti delle direttive governative. Mentre nel caso degli enti locali ci potremmo trovare a discutere se una determinata materia possa essere di competenza esclusiva o concorrente tra Stato e Regione, nel caso di enti pubblici gestiti dallo Stato questo raffronto di competenza non esiste. La gestione amministrativa di tutti gli enti pubblici, statali, regionali e provinciali, sta crescendo sotto il segno di un federalismo selvaggio, senza regole precise e senza un coordinamento. Se l’intenzione della frammentazione delle competenze è quella di diminuire i costi dell’amministrazione e aumentare in quantità e qualità il servizio pubblico, questa non può sicuramente tradursi in uno smembramento degli obbiettivi. È essenziale che il sistema paese nelle sue scelte e strategie debba muoversi con coordinazione. Per questo sarebbe opportuno cominciare a pensare a nuovi strumenti di raffronto e confronto degli enti locali che però li vincoli nelle loro scelte. Un sistema di revisione dell"entità locali sarebbe il primo passo verso questo obbiettivo.

La Provincia è un ente territoriale obsoleto derivante dal periodo napoleonico, che non trova più una ragione territoriale e sostanziale per continuare ad esistere. Gestisce fondi, ha potere amministrativo, ma sotto l"aspetto esecutivo è spoglia di ogni funzione. Il progetto della grande area urbana, capace di gestire organicamente e sostanzialmente le strutture amministrative, ridurrebbe notevolmente alcuni costi e aumenterebbe l’omogeneità dei servizi. Le Regioni invece dovrebbero farsi maggiore carico dell’attività di alcuni uffici con una gestione diretta degli stessi, come nel caso dei centri per l’impiego. Quet’ultimi infatti, hanno sempre avuto un ruolo marginale e di mero archivio (ufficio protocollo), in realtà lo sviluppo che alcuni di questi ha operato negli ultimi anni, ha dato la possibilità di aprire una finestra sui potenziali nuovi obbiettivi che il centro per l’impiego a conduzione regionale potrebbe perseguire: formazione, informazione, strumento di coordinamento con gli altri enti e sviluppo e coordinamento con tutte le istituzioni di formazione professionale e scolastico. Le regioni devono costituire un loro coordinamento capace di determinare disposizioni vincolanti per le singole entità territoriali. In ultimo penso che le amministrazioni dei singoli enti pubblici governativi, sia sotto l’aspetto gestionale – funzionale che nell’azione di controllo dei rapporti di lavoro, dovrebbero aderire maggiormente allo spirito di riforma introdotto dal decreto legislativo predisposto in attuazione dell"articolo 8 della legge n. 30/2003, recante la riforma sostanziale della disciplina delle ispezioni e della vigilanza in materia di lavoro. Il suddetto articolo 8 concerne, in particolare, la razionalizzazione delle funzioni ispettive in materia di previdenza sociale e di lavoro. Il provvedimento in questione è il D.Lgs n. 124 del 23 aprile 2004 che è finalizzato infatti a ridefinire in modo organico la vigilanza in materia di lavoro, nonché ad identificare il campo di intervento delle ispezioni, il quale deve riferirsi più che alla repressione alla prevenzione e promozione verso i destinatari della disciplina del rapporto di lavoro, del trattamento economico e degli obblighi previdenziali. Uno degli obbiettivi fondamentali della norma però rimane quella di dare, nell"ambito di un riordino, una nuova caratterizzazione dell"azione ispettiva in materia di lavoro e di coordinazione dei vari soggetti in un più organico sistema funzionale. In conseguenza di questo tutti gli enti dovrebbero trovare non solo nella forma ma anche nella sostanza sistemi di integrata cooperazione. In definitiva il mercato del lavoro può crescere solo se spinto da un sistema paese organico e coordinato, che abbia il coraggio di lasciarsi alle spalle una cultura popolare da “paese che vai usanza che trovi”.

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