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Italia commissariata

Il diktat di Rehn

L'Europa ci detta ancora l'agenda. Ma chi ha autorizzato a Rehn a fare l’oltraggioso spiritoso?

di Davide Giacalone - 19 settembre 2013

Cosa ha consentito a Olli Rehn di presentarsi in Italia e usare quel tono inaccettabile? Non che abbia torto nel merito, è che nessuna istituzione dell’Unione può presentarsi in un Paese e svillaneggiarne la sovranità. Tanto più che si parla di 4 miliardi (per il punto di Iva uno solo), mentre ne abbiamo consegnati più del doppio (8.7) dall’inizio dell’anno, e complessivamente 51.3, come fondi per aiutare gli europei in difficoltà. Resto convinto della necessaria collocazione dell’Italia nell’Ue, sono sicuro che un distacco ci nuocerebbe, ma in ogni parte del continente sanno benissimo che un’Ue senza Italia non esiste. Allora: chi ha autorizzato Rehn a permettersi di fare l’oltraggioso spiritoso? Temo che sia stato il governo italiano. O, meglio, quel che c’è di un governo mai esistito, la cui maggioranza non è tale nel Paese e se lo resta in Parlamento è solo perché non hanno voglia di andare a riprendersi le scudisciate degli elettori. Ancora una volta siamo all’uso dell’Europa come vincolo esterno, che aiuti il governo a fare quel che, altrimenti, non sanno fare. Il guaio è che adesso faranno quel che non devono.

Il presidente del Consiglio aveva detto che se ci fosse stata la crisi di governo la legge di stabilità sarebbe stata scritta a Bruxelles. Ma Rehn è venuto a Roma per dettarne non solo i contorni, bensì anche i dettagli. Ha messo becco non solo nei saldi, ma nelle modalità di copertura fiscale. Quando questo capita vuol dire che si è già commissariati, si è già persa sovranità e la successiva discussione parlamentare non serve a niente. Il parlamenticidio, di cui scrivevo ieri, si compie non solo accettando che un ordine ne detti la composizione, ma anche accettando che da fuori Italia si diriga il fisco. La politica ha conservato il diritto ad animare risse di cortile, ma ha perso ogni pretesa di governare altro che la propria sopravvivenza.

Due cose m’inducono a rafforzare il sospetto che le parole di Rehn fossero quasi concordate. Anche senza il quasi. La prima è che non aveva finito di parlare e già si è introdotta l’idea che il punto di aumento Iva sarà confermato. L’Iva non è l’Imu, c’è la convergenza compatta del Pd e Pdl. Come la loro compatta sconfitta. Al ministero dell’Economia, insomma, è come se avessero detto: avremmo voluto venirvi incontro, ma Rehn ha ribadito il vincolo. Può anche darsi che, a forza di urla e minacce, quel miliardo poi si trovi, ma resta il vantaggio preso da chi può meglio opporsi a qualsiasi altra cosa che non sia tassare e finanziare il debito. Una seconda cosa induce a ulteriore riflessione: nel momento in cui la sovranità italiana viene schiaffeggiata, con la maggioranza di governo che non si sgretola perché non s’è mai aggregata, e con il governo che riconosce di non riuscire a trovare un miliardo per l’Iva, non riesce a tagliare neanche un ottocentesimo della spesa pubblica, nel mentre questo va in scena, lo spread cala. Cala ovunque, intendiamoci, ma quello italiano è ricondotto leggermente sotto quello spagnolo. Non ho mai creduto che i mercati possano essere così manovrati. Diciamo che il commissariamento dell’Italia ha destato fiduciose attese.

Un commissariamento davvero singolare, perché fatto senza aiuti dall’esterno e tutto in conto agli italiani stessi. Talché forse sbaglio, a definirlo commissariamento, somigliando di più all’implosione dei poteri interni, al loro sfarinarsi in guerre tribali, e al sostituirsi di piloti esterni. Proprio perché in tutte le capitali europee è evidente che senza Roma non si va da nessuna parte. Sembriamo un Paese che brama di consegnarsi ai Man in Black, ansioso di farsi sparaflashare per potere dimenticare sé medesimo. Peccato che dopo l’oblio avremo sempre ben possente l’Italia che campa di spesa pubblica, ma picchiata al fegato quella che compete e vince. Ritroveremmo intatte le nostre debolezze e fiaccate le nostre forze. Altro che stabilità, questo è rigor mortis.

Quanti se ne rendono conto, in quel che resta della classe dirigente, devono farsi sentire ora. Si può scrivere da capo il patto di governo, o si può farla finita e restituire la palla (non giocata) agli elettori. Quel che non si può fare è quel che si sta facendo: perdere tempo a cura di gente che non ha nulla da perdere, perché sa solo barcamenarsi e non ha mai provato l’ebrezza di lavorare e produrre.

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