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Partita delicata in uno scacchiere esplosivo

Il destino di Israele fra Usa e Hamas

La stella di David non sia abbandonata al suo destino. Anche se In Europa non se ne parla

di Davide Giacalone - 30 marzo 2006

Gli elettori israeliani si sono mostrati saggi, ma molti commenti sono assai superficiali.

E’ vero che il processo di pace deve andare avanti, ma occorre anche stabilire come. E’ vero che gli eredi di Sharon dispongono della maggioranza relativa, e che i laburisti hanno portato a casa un buon risultato, ma è anche vero che il crollo del Likud (che fu il partito di Sharon ed è quello dell’ex premier, Netanyahu) ha lasciato spazio a formazioni politiche marcatamente radicali, nazionaliste, certo non disposte a concedere nulla di concreto in cambio di una pace immaginaria. Il che significa, tirate le somme ed aggiunta al conto la bassa affluenza alle urne, che una delle più preziose democrazie del mondo è in bilico. Situazione non nuova, per Israele.

Nel mentre in Israele si votava, poco più in là s’insediava il nuovo governo palestinese, dominato da Hamas e guidato da Ismail Haniyeh. Più che opportunamente il governo statunitense ha fatto sapere che non intende avere rapporti con quello palestinese, senza per questo disconoscere il fatto che sia frutto di elezioni. La partita che si apre è delicata, per giunta inserita in uno scacchiere dannatamente esplosivo.

La prima cosa è dimostrare che la stella di David non sarà mai abbandonata al suo destino, che nessuno potrà permettersi di aggredire Israele ed i suoi interessi vitali senza fare i conti con le più grandi potenze militari e democratiche. Questo principio può essere proclamato ad alta voce grazie alla richiamata saggezza degli elettori israeliani, ma deve essere proclamato anche perché una parte significativa di quell’elettorato ha già mostrato quale deriva imboccherebbe in caso di isolamento. Poi si deve dimostrare che il presidente dell’Anp, Abu Mazen, non è un morto che cammina, non è un uomo senza poteri, non è uno sconfitto da Hamas, ma, al contrario, è l’uomo grazie al quale i palestinesi possono mantenere un contatto con il mondo e garantirsi quegli aiuti economici che sono assolutamente indispensabili ed irrinunciabili. Il rifiuto del dialogo con Hamas, quindi, non è e non deve essere il rifiuto del dialogo con i palestinesi. Poi ancora c’è da seguire quel che accadrà ad Hamas nella sua inedita funzione di governo: se prevarrà il pragmatismo, come sembra e come si spera, cadranno i proclami di morte, sarà abbandonata l’idea bestiale che la pace passi per la distruzione d’Israele, ed un nuovo interlocutore politico comparirà sulla scena; in caso contrario nessun processo di pace andrà seriamente avanti.

Ecco perché le carte diplomatiche devono essere giocate adesso, e gli Stati Uniti hanno opportunamente calato un valore pesante. Ed ecco perché una politica dignitosa non può non guardare a questo scenario come direttamente coinvolgente i nostri interessi ed il nostro ruolo del mondo. Il fatto che, da noi, non se ne parli, ha a che vedere, appunto, con la misura poco dignitosa del nostro prodotto politico. www.davidegiacalone.it

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