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Ma lo “spread” italiano non riguarda solo i mercati finanziari

Il decoro e lo scalpo

In attesa di un passo indietro che Berlusconi non farà mai

di Elio Di Caprio - 26 settembre 2011

“La sera andavamo a Palazzo Grazioli” Potrebbe essere questo il titolo di un immaginario libro di memorie – ma raccontato da chi incontra chi?- sul crepuscolo dell’epopea berlusconiana riassunta dal famoso Palazzo Grazioli che non è certo stato finora quel cenacolo intellettuale che ci saremmo aspettati e tanto meno il luogo deputato allo svolgimento della “rivoluzione liberale” annunciata.

Sono tante le commistioni avvenute, senza che ce ne accorgessimo, negli ultimi anni tra politica ed affari, tra falso maggioritario e falso proporzionalismo, tra democrazia formale e populismo in agguato, ma forse la principale è proprio quella rappresentata simbolicamente dalla residenza ufficiale e insieme privata ( perché pagata di tasca sua dal magnate Silvio Berlusconi ) più nota della Seconda Repubblica, protetta giorno e notte da un nugolo di forze dell’ordine in jeep con mitra imbracciato pronti a rintuzzare qualsiasi tentativo di infiltrazione o di manifestazione non autorizzata.

Dopo le tante rivelazioni giornalistiche i giovani poliziotti che si aggirano a guardia del palazzo si domanderanno chi e che cosa hanno protetto e continuano a proteggere come loro dovere istituzionale e di lavoro.

I festini o i “ baccanali” da Roma antica evocati dalla stampa straniera, organizzati nella residenza del premier (e non solo) possono pure essere considerati un fatto tutto privato, come si affannano a propagandare i maggiori esponenti del PDL, il Partito Del Leader , ma poi come si spiega l’attenzione riservata dai media internazionali ai tanti resoconti da intercettazione a palazzo Grazioli che sembrano confezionati più da un’agenzia di spionaggio che dal tiro incrociato delle procure di mezza Italia? Vuol dire che gli altri all’estero considerano scandaloso ciò che invece per noi lo è di meno perché frutto di un’inammissibile violazione della privacy anche quando il soggetto “attenzionato” è il nostro Presidente del Consiglio che ancora si vanta di essere politicamente il più longevo rispetto ai grandi della Terra? A sentire i soliti caudatari della prima ora, a partire da Giuliano Ferrara, gli italiani sono degli immemori e degli ingrati perché sottovalutano o non si sono accorti della rivoluzione in atto, dell’opera di liberazione del Cavaliere dalle stucchevoli ipocrisie catto-comuniste dei tempi andati, dal bacchettonismo interessato di chi all’improvviso erge la vita privata di un uomo politico ad unico criterio per giudicare o sanzionare un personaggio a cui invece andrebbero perdonate tutte le eccentricità...

Ma nessuno immaginava che la “rivoluzione liberale”- che d’altronde non c’è mai stata- dovesse anche comportare la liberazione dal buon gusto, da ogni prudenza e cautela, da ogni stile rigorosamente esemplare che dovrebbe caratterizzare per definizione un “eletto dal popolo”.

Si può “vivere pericolosamente” in tanti modi e Silvio Berlusconi ne ha scelto uno tutto suo, ma non è concepibile che in nome della privacy non ci sia nessuno a proteggere la sicurezza dello Stato anche per quanto avviene nella residenza ufficiale-privata del Premier, nemmeno un servizio segreto italiano che ne sappia più della magistratura, neppure una CIA di altri tempi che non avrebbe mai permesso che la reputazione di uno statista occidentale potesse essere compromessa per i suoi vizi privati.

Se da anni parliamo di civiltà dell’immagine- ed il format berlusconiano non è stato secondo a nessuno nell’incunearsi e nello sfruttare lo spirito dei tempi - non possiamo poi lamentarci che l’immagine riflessa del nostro Paese all’estero debba pagare dazio alle “prodezze” del nostro Presidente del Consiglio. Gli sconsolati editoriali dei nostri maggiori quotidiani stanno prendendo atto ( in ritardo) di una situazione politica insostenibile, di una resa dei conti che ormai non può più prescindere dall’uscita di scena di un Presidente del Consiglio, diventato capro espiatorio di se stesso, super ammaccato dai tanti spavaldi errori commessi. Ma come mai, nonostante tutto, il famoso passo indietro è così difficile da compiere?

Evidentemente non c’è solo la commistione pubblico-privato a caratterizzare questa stagione politica, altre commistioni ed altri equivoci spiegano un sistema che sembra accartocciato su se stesso, neppure capace di cambiar pagina in frangenti economici drammatici, condizionato dal falso populismo venuto alla luce grazie ad una legge elettorale che ha preteso l’indicazione in scheda elettorale del nome del futuro Presidente del Consiglio senza cha alcuna protesta provenisse da destra o da sinistra o senza che nessun messaggio di allarme intervenisse dal Capo dello Stato.

La conseguenza più visibile è un’Italia appesa al filo della decisione di Berlusconi su se e come ritirarsi dalla scena politica prima della fine della legislatura per non contraddire l’incredibile postulato di un Presidente eletto dal popolo, che solo il popolo può destituire con nuove elezioni. Se non si cambia la legge elettorale lo stesso problema potrà prodursi in futuro con un altro Presidente del Consiglio che non sia Berlusconi.

E poi, andando alla sostanza che tutti ci tocca, tra destra e sinistra c’è stata più che commistione un’inequivoca corresponsabilità di fondo per i tempi ed i modi in cui la moneta unica è stata prima introdotta e poi gestita, governata così male da farci trovare più impreparati degli altri di fronte ad una crisi finanziaria di grandi proporzioni. E’ dai tempi dell’euro che l’Italia non si è più ripresa, sono calati consumi, investimenti e lavoro, sono aumentate le distanze sociali e insieme i costi della politica e neppure è stato ridotto il debito pubblico.

Chi mai ha avuto il coraggio di mettere in luce questa semplice verità, di un fallimento di cui continueremo a pagare costi crescenti per anni rischiando uno stallo economico ben più pesante di quello politico? Con o senza Berlusconi (o Tremonti) sarà sempre più difficile contenere il debito e pensare allo sviluppo.

Lo scalpo politico del Cavaliere, ammesso che prima o poi l‘opposizione riesca a ottenerlo, potrà servire a tacitare o a deviare le proteste impotenti di un paese che non si raccapezza più sui sacrifici fatti e quelli ancora da fare se vuole invertire il declino e mantenere un minimo di indipendenza e di voce in capitolo nella politica internazionale. Ma poi dove troverà quest’Italia “ridotta” nelle sue ambizioni un sussulto di ripresa e di coesione nazionale? Nel dito medio di Umberto Bossi?

Ormai neppure le proteste da indignados ( con chi o contro chi?) che vanno in voga in altri Paesi europei sarebbero sufficienti, anzi da noi assumerebbero un aspetto beffardo più autocritico che critico per i tanti nemici apparenti che la propaganda ci costringe ad inseguire mentre da almeno due decenni non riusciamo ad individuare i responsabili del declino ed a punirli almeno elettoralmente. Saremo costretti a rinunciare a tante cose in futuro con governi di destra, di sinistra o di centro, ma che almeno si riesca a compensare quello che ci mancherà con l’immagine introiettata di un Paese più serio che sappia riacquistare decoro e dignità senza essere eternamente appeso alle intercettazioni e alle rivelazioni giornalistiche o peggio a quanto avviene a Palazzo Grazioli.

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Società Aperta è un movimento d’opinione, nato dall’iniziativa di un gruppo di cittadini, provenienti da esperienze professionali e politiche differenti, animati dalla comune preoccupazione per il progressivo declino dell’Italia, già dal lontano 2003, quando il declino dell’economia, almeno a noi, già era evidente come realtà acquisita. L’intento iniziale era evitare che il declino diventasse strutturale, trasformandosi in decadenza. Oltre a diverse soluzioni economiche, Società Aperta, fin dalla sua costituzione, è stata convinta che l’unico modo per fermare il declino sarebbe stato cominciare a ragionare, senza pregiudizi e logiche di appartenenza, sulle cause profonde della crisi economica italiana e sulle possibili vie d’uscita. Non soluzioni di destra o di sinistra, ma semplici soluzioni. Invece, il nostro Paese è rimasto politicamente paralizzato su un bipolarismo armato e pregiudizievole, che ha contribuito alla paralisi totale del sistema. Fin dal 2003 aspiravamo il superamento della fallimentare Seconda Repubblica, per approdare alla Terza, le cui regole vanno scritte aggiornando i contenuti della Carta Costituzionale e riformulando un patto sociale che reimmagini, modernizzandola, la costituzione materiale del Paese. Questo quotidiano online nasce come spin-off di Società Aperta, con lo scopo di raccogliere riflessioni, analisi e commenti propedeutici al salto di qualità necessario