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Peggiora il nanismo italiano rispetto all’Ue

Il declino attracca nei porti italiani

Un’altra frontiera abbattuta dalla stagnazione e un'occasione di rilancio sprecata

di Paolo Bozzacchi - 09 marzo 2006

Una lumaca contro un ghepardo. E’ questa la fotografia scattata da Ocean Shipping Consultants della corsa alla competitività dei porti italiani rispetto ai campioni europei del settore. Non solo per quel che riguarda la situazione attuale, frutto del ruolo ritagliato dalle politiche economiche nazionali alla portualità, ma peggio ancora per ciò che concerne il futuro degli hub italiani, veri e propri nani con prospettive di crescita minimali.

Così i porti del Nord Europa che nel 2003 avevano una capacità globale di movimentazione pari a 47 milioni di teu, arriveranno nel 2015 a quota 110 milioni. Il tasso di crescita sarà pari al 91% nel periodo 2004-2010, e del 19% nei successivi cinque anni. Su tutti spuntano i numeri del sistema portuale tedesco, che fra il 2004 e il 2010 vedrà la propria capacità aumentare del 95%, frutto delle politiche di rilancio del settore avviate da Shroeder e consolidate con la Grosse Koalition della Merkel.

E l’Italia? A parte l’eccezione di Gioia Tauro, che aumenterà la propria capacità del 50% tra il 2005 e il 2010 (da 4 a 6 milioni di teu), il barometro sugli altri hub italiani segna maltempo. Esempio principe quello di Genova, fino a tre anni fa porto leader del Mediterraneo, che nel 2003 aveva una capacità di 1,75 milioni di teu, e che nel 2015 passerà a 3,55 milioni di teu, poco più della metà di Barcellona (oltre 6 milioni). Sviluppo frenato anche per La Spezia (da 1,20 a 1,90 milioni di teu), Livorno (da 0,95 a 1,05), Taranto (da 1,20 a 2) e Trieste (da 0,40 a 0,60).

Eppure la posizione geografica degli hub italiani nel Mediterraneo è altamente strategica. E con il movimento di merci via mare che aumenta (in particolar modo dall’Oriente), in modo esponenziale in un contesto di globalizzazione dei mercati, la “questione portuale” dovrebbe occupare il posto che merita nei programmi elettorali delle due coalizioni. Niente di tutto questo, invece: il centro-destra cita nel proprio programma i porti solamente all’interno del piano decennale dedicato al Sud (ignorando così gli altri hub), mentre il centro-sinistra indica genericamente l’intenzione di investire sulle aree portuali e retroportuali, senza indicare come e soprattutto dove andare a prendere le risorse per farlo.

Se si fosse avuto bisogno di un’ulteriore conferma del declino imperante nel nostro Paese, basterebbe suggerire agli scettici un bel giro in barca.

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Società Aperta è un movimento d’opinione, nato dall’iniziativa di un gruppo di cittadini, provenienti da esperienze professionali e politiche differenti, animati dalla comune preoccupazione per il progressivo declino dell’Italia, già dal lontano 2003, quando il declino dell’economia, almeno a noi, già era evidente come realtà acquisita. L’intento iniziale era evitare che il declino diventasse strutturale, trasformandosi in decadenza. Oltre a diverse soluzioni economiche, Società Aperta, fin dalla sua costituzione, è stata convinta che l’unico modo per fermare il declino sarebbe stato cominciare a ragionare, senza pregiudizi e logiche di appartenenza, sulle cause profonde della crisi economica italiana e sulle possibili vie d’uscita. Non soluzioni di destra o di sinistra, ma semplici soluzioni. Invece, il nostro Paese è rimasto politicamente paralizzato su un bipolarismo armato e pregiudizievole, che ha contribuito alla paralisi totale del sistema. Fin dal 2003 aspiravamo il superamento della fallimentare Seconda Repubblica, per approdare alla Terza, le cui regole vanno scritte aggiornando i contenuti della Carta Costituzionale e riformulando un patto sociale che reimmagini, modernizzandola, la costituzione materiale del Paese. Questo quotidiano online nasce come spin-off di Società Aperta, con lo scopo di raccogliere riflessioni, analisi e commenti propedeutici al salto di qualità necessario