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Crisi economica: solo parole contro un muro

Il cuore del problema è di natura politica

L’occasione della crisi si arena tra una sinistra conservatrice e una destra immobile

di Davide Giacalone - 30 maggio 2009

Ascoltando le parole del governatore della Banca d’Italia, riconoscendoci molte delle cose che qui scriviamo, m’è parsa chiara la sorte comune: stiamo parlando con il muro. Non c’è nulla di tecnico, che abbia a che fare con l’arte misterica di combinare numeri e chiacchiere, il cuore del problema è di natura politica. Riguarda tutti e ciascuno dovrebbe fermarsi e riflettere.

La nostra crisi dura da un ventennio, erodendoci costantemente. Abbiamo perso, nel tempo, competitività e quote di mercato internazionale. La bomba finanziaria, scoppiata nell’autunno scorso e che ha rotto i timpani al mondo, qui ha avuto effetti minori, ma non perché siamo più bravi, solo perché più distanti da quanti ci avevano staccato. Da noi più della metà del mercato è occupata dallo Stato, con il risultato che la gran parte del nostro reddito se ne va per alimentare quella presenza. La spesa pubblica, del resto, non alimenta ricerca e sviluppo, ma costi di gestione e consumi. Saremo, così andando, sempre più indebitati, sempre più tassati e sempre meno competitivi ed innovativi.

La spesa pubblica è necessaria, per affrontare gli effetti della recessione, tutt’altro che esauriti. Ma il sostegno deve andare a chi cerca lavoro ed a chi intraprende, non a chi galleggia ed attende. L’età pensionabile deve essere alzata, per non far saltare il patto fra generazioni diverse. Le banche non possono essere protette e poi allungare i soldi solo ai clienti-conniventi, quelli i cui debiti rischiano d’affondare la banca stessa. Il credito non può essere il collante degli equilibri di potere, semmai il diluente che li sciolga e dinamizzi. Il mercato è il luogo dove le imprese devono essere capaci di competere, non il pericolo da cui devono essere difese.

Riforme strutturali, premio al merito, elasticità del lavoro, taglio della spesa corrente, alleggerimento fiscale. Tutte cose che abbiamo detto e ridetto, parlando con il muro. Perché la sinistra spera di tornare al passato, assistenziale e clientelare, rinsaldando i propri legami corporativi. Sono conservatori, ma del peggio. Mentre la destra, ora al governo, rimanda, posticipa, perde, giorno dopo giorno, l’occasione della crisi, il vantaggio che i momenti difficili danno a chi ha le idee chiare. Il resto è propaganda, chiassosa e inconcludente.

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Società Aperta è un movimento d’opinione, nato dall’iniziativa di un gruppo di cittadini, provenienti da esperienze professionali e politiche differenti, animati dalla comune preoccupazione per il progressivo declino dell’Italia, già dal lontano 2003, quando il declino dell’economia, almeno a noi, già era evidente come realtà acquisita. L’intento iniziale era evitare che il declino diventasse strutturale, trasformandosi in decadenza. Oltre a diverse soluzioni economiche, Società Aperta, fin dalla sua costituzione, è stata convinta che l’unico modo per fermare il declino sarebbe stato cominciare a ragionare, senza pregiudizi e logiche di appartenenza, sulle cause profonde della crisi economica italiana e sulle possibili vie d’uscita. Non soluzioni di destra o di sinistra, ma semplici soluzioni. Invece, il nostro Paese è rimasto politicamente paralizzato su un bipolarismo armato e pregiudizievole, che ha contribuito alla paralisi totale del sistema. Fin dal 2003 aspiravamo il superamento della fallimentare Seconda Repubblica, per approdare alla Terza, le cui regole vanno scritte aggiornando i contenuti della Carta Costituzionale e riformulando un patto sociale che reimmagini, modernizzandola, la costituzione materiale del Paese. Questo quotidiano online nasce come spin-off di Società Aperta, con lo scopo di raccogliere riflessioni, analisi e commenti propedeutici al salto di qualità necessario