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L'importanza della svolta di Pomigliano

Il coraggio di voltare pagina

Verso un “riposizionamento” geo-strategico dell’economia italiana

di Enrico Cisnetto - 16 giugno 2010

Accordo separato. A Pomigliano è andata come era logico attendersi, ma non come era inevitabile che andasse. Perché dopo la coraggiosa sortita del segretario della Cgil Epifani, si poteva anche sperare – quantomeno in modo residuale – che la Fiom capisse non tanto che il suo no avrebbe danneggiato i lavoratori (e non solo quelli di Pomigliano, ma dell’intero gruppo Fiat in Italia), perché su questo francamente le speranze stavano a zero, e neppure che avrebbe rotto il fronte sindacale, anche perché è da tempo andato in frantumi e proprio per mano dell’ala più oltranzista della Cgil, ma che con il suo diniego avrebbe rotto la Cgil stessa, forse in modo irreversibile.

Evidentemente i vertici della federazione metalmeccanici questo non lo hanno capito, oppure l’hanno inteso così bene da farne il vero motivo “politico” della loro testardaggine ideologica, forse coltivando l’idea che di fronte ad un redde rationem sarebbe l’ala “pura e dura” a vincere la partita interna alla Cgil. Ma la speranza di un resipiscenza del sindacato guidato da Maurizio Landini era poggiata anche su un altro presupposto, diciamo così “opposto”, e cioè l’idea, molta diffusa fino all’incontro decisivo di ieri, che in realtà la Fiat non volesse l’accordo e dunque lavorasse per far dire di no alla Fiom per poi dire di no lei ad un accordo separato.

Perché, e questo è sicuramente vero, se si fosse firmata l’intesa Marchionne sarebbe poi stato costretto a rivoluzionare Pomigliano se davvero vuole passare da 36 mila a 270 mila auto prodotte, mentre lasciare la Panda in Polonia e trasferire le altre produzioni in Serbia, dove sicuramente i costi diretti e sociali sono molti più bassi – e lo rimangono anche dopo l’intesa, non fosse altro per le difficoltà di contesto che si patiscono in Campania – è cosa più facile e meno onerosa. Ora sappiamo che la Fiat questo calcolo non lo ha fatto – altrimenti non avrebbe accettato di firmare il protocollo senza l’adesione della Fiom – o che se anche lo avesse fatto ha dovuto accantonarlo. Ma la Fiom no, questo non poteva saperlo. Anzi, avrebbe dovuto essere la prima a porsi il problema, e a capire che dal suo punto di vista non avrebbe dovuto dare alcun alibi a Marchionne. Al tavolo avrebbe dovuto rimanerci incollato non fosse altro che per questo.

Tuttavia, le cose sono andate diversamente: la Fiom non ha firmato, la Fiat sì. E ora è sperabile che per Pomigliano e l’azienda tutta, così come per l’intero capitalismo italiano alle prese con il “mostro” della globalizzazione che da almeno tre lustri infligge al sistema-Italia una perdita di competitività crescente, sia finalmente venuto il momento di voltar pagina in modo irreversibile. Non tanto perché si è finalmente piegata la testa al sindacato – che, diciamoci la verità, nelle imprese private è da tempo che ha perduto, volente o nolente, il suo carattere di oppositore della flessibilità – o perché si recuperano margini significativi sul costo del lavoro, considerato che i differenziali con i paesi di nuova industrializzazione ancora per qualche anno rimarranno incolmabili, quanto perché si sono poste le basi per organizzare la produzione manifatturiera di grandi dimensioni in modo significativamente diverso rispetto a quello tradizionale cui noi italiani siamo rimasti abbarbicati con incredibile pervicacia. Il che non è solo una questione di flessibilità assoluta del lavoro – condizione necessaria ma non sufficiente – ma anche di innovazione di processo e di prodotto, tanto che la gran parte dei 700 milioni che Fiat intende investire a Pomigliano hanno un contenuto fortemente hi–tech.

Qualcuno ha voluto comparare l’intesa di ieri alla “marcia dei 40 mila” del 1980 a Torino, che produsse la “liberazione” di Mirafiori e degli altri stabilimenti occupati ma anche l’espulsione di quelle “tossine terroristiche” che negli anni Settanta furono generate nella zona grigia a cavallo tra sindacato e “comunismo combattente” proprio a cominciare dalla Fiat e che la “aristocrazia operaia” di allora, guidata da Luciamo Lama, s’incaricò di sconfiggere. Non so se il paragone storico regge, trent’anni dopo. Ma certo quella di Pomigliano può essere davvero la prima pietra per costruire un sistema di relazioni industriali al tempo della globalizzazione.

Così come da Pomigliano può partire una nuova stagione dell’industria italica. Perché firmando quell’accordo, Marchionne si è impegnato a fare del bacino di Mediterraneo il suo nuovo mercato di sbocco. E’ una visione giusta: partendo dall’Italia, che deve capire fino in fondo il vantaggio competitivo “naturale” che la sua posizione geografica le assegna, si possono conquistare i mercati di quella che Gianni De Michelis chiama la “quarta economia”, quella appunto del nord Africa, dell’Egeo e dei paesi arabi, a sua volta porta verso Cina e India. Non è un caso che la produzione che si farà nella “nuova Pomigliano” sia quella della Panda, cioè un auto adatta a quei nuovi consumatori. E il Mezzogiorno tutto può e deve essere protagonista di questo “riposizionamento” geo-strategico dell’economia italiana.

Con buona pace della Fiom, che nel frattempo sarà stata sanzionata, con il referendum del 22 giugno, da quella stessa base che pretende di rappresentare.

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