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Repubblica arriva tardi

Il complotto di Standard & Poor’s

Massimo Giannini accusa le agenzie di rating di tramare contro Italia e Europa. Noi lo diciamo da tempo. Meglio tardi che mai.

di Davide Giacalone - 03 dicembre 2013

Esulto, ma con tristezza. Leggo che Repubblica denuncia un “nuovo complotto contro l’Italia”, riferendosi ai più recenti giudizi di Standard & Poor’s. Massimo Giannini, autore dell’articolo (che nella sostanza condivido), non si limita a indicare la poca affidabilità e il conflitto d’interesse in cui si trovano le agenzie di rating, non si ferma a denunciare che l’attacco a Generali è motivato in modo inaccettabile, ma, appunto, parla di complotto. Riflessione utile, la sua. Peccato che qui la si svolga fin dal 2010 e ci sia capitato d’essere irrisi perché accusati di vedere un impossibile complotto. Ora, in effetti, un complotto non lo vidi mai. Non lo vedo neanche adesso, se è per questo. Vedo interessi. Vedo che l’Italia è stato e rimane il bersaglio più utile a mettere in crisi l’euro, consentendo a chi compra titoli del debito sovrano di guadagnare di più. Allora molti furono accecati dalla faziosità, vollero usare le forze che si muovevano contro l’Italia, e contro l’euro, per regolare conti interni (contro Berlusconi e il suo governo). Erano partecipi del complotto? Alcuni, forse, i più furono idioti. Quattro anni di ritardo sono molti, ma meglio che mai.

S&P minaccia di declassare l’affidabilità di Generali perché ha comprato troppi titoli del debito italiano, e siccome l’Italia è sempre esposta al rischio di fallire, ne consegue che Generali fallirebbe a ruota. La tesi è radicalmente sbagliata, perché l’Italia non corre il rischio di fallire, ha sempre onorato i propri debiti e, in questi anni di crisi, li ha fatti crescere infinitamente meno di quello francesi o tedeschi (non parliamo di quelli inglesi o americani), inoltre siamo in costante avanzo primario da dieci anni. Rischio zero, quindi? No, il rischio c’è, ma viene dall’euro, dall’ipotesi che riparta la speculazione per scardinarlo, mettendo il piede di porco sotto i debiti sovrani più esposti. Fra quelli il nostro. S&P, insomma, non è una osservatore freddo, ma la fucina di quel tipo di rischio.

Scrive Giannini: se il pericolo si concretizzasse non salterebbero Generali, ma “salterebbe l’intero Paese e l’intera Eurozona. Lo capirebbe anche un bambino”. Sottoscrivo. Peccato che, da quattro anni, ai bambini hanno messo il bavaglio e a concionare siano stati vecchi rintronati.

Quale fu, secondo Repubblica, il complotto precedente? Quello del gennaio 2012, quando il debito italiano fu declassato a livello BBB. Ripeto: non mi piace l’idea del “complotto”, perché confonde le acque e fa pensare a manovre segrete. In realtà tutto è avvenuto alla luce del sole. Anzi, davanti alle telecamere. Ricordate il vertice di Deauville, dell’ottobre 2010? Lì ci fu la chiamata delle banche e dei privati a compartecipare del rischio default sovrano. Un anno dopo arrivarono le risate di Sarkozy. No, non fu un complotto, fu un modo per mettere in ginocchio l’Italia, assicurare un vantaggio ai concorrenti tedeschi e al loro accesso al credito, e coprire le voragini delle banche francesi. Non bastò per far restare l’allegrone all’Eliseo, ma non si può avere tutto.

Questo vuol dire che non c’erano colpe, ritardi, incapacità da mettere sul conto del governo italiano? Ci furono, eccome. Ma sarebbe come rispondere all’allarme di Giannini sostenendo che S&P, quindi i mitici “mercati”, hanno ragione a diffidare di Generali, visto che sul gruppo pende un’inchiesta giudiziaria pesante, gli ispettori di Consob e Ivass non ci vedono chiaro e, del resto, gli azionisti hanno appena finito di prendersi a sciabolate e cambiare i vertici. Sarebbe una risposta ove c’è del vero, ma complessivamente falsa. Ecco, vale lo stesso per quel che è accaduto dal 2010 in poi.

Non serve a nulla ricordare che “lo avevo detto”. Cerchiamo di ricordarci di dirlo più spesso e di dirlo sempre, anche se risultassero antipatici o antitetici i gruppi dirigenti che finiscono nel mirino dei cannoni speculativi. In fondo è questo quel che distingue una Paese sano e forte da un’accolita di sciocchi profittatori: il primo sa distinguere gli interessi collettivi e nazionali da quelli (legittimi) di ciascuno.

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Società Aperta è un movimento d’opinione, nato dall’iniziativa di un gruppo di cittadini, provenienti da esperienze professionali e politiche differenti, animati dalla comune preoccupazione per il progressivo declino dell’Italia, già dal lontano 2003, quando il declino dell’economia, almeno a noi, già era evidente come realtà acquisita. L’intento iniziale era evitare che il declino diventasse strutturale, trasformandosi in decadenza. Oltre a diverse soluzioni economiche, Società Aperta, fin dalla sua costituzione, è stata convinta che l’unico modo per fermare il declino sarebbe stato cominciare a ragionare, senza pregiudizi e logiche di appartenenza, sulle cause profonde della crisi economica italiana e sulle possibili vie d’uscita. Non soluzioni di destra o di sinistra, ma semplici soluzioni. Invece, il nostro Paese è rimasto politicamente paralizzato su un bipolarismo armato e pregiudizievole, che ha contribuito alla paralisi totale del sistema. Fin dal 2003 aspiravamo il superamento della fallimentare Seconda Repubblica, per approdare alla Terza, le cui regole vanno scritte aggiornando i contenuti della Carta Costituzionale e riformulando un patto sociale che reimmagini, modernizzandola, la costituzione materiale del Paese. Questo quotidiano online nasce come spin-off di Società Aperta, con lo scopo di raccogliere riflessioni, analisi e commenti propedeutici al salto di qualità necessario