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Il commento di Livio Ghersi

Storia della Destra nell’Italia repubblicana, secondo Properzj

di Livio Ghersi - 02 maggio 2008

Ho letto con interesse l’articolo di Giacomo Properzj, "Il gioco è fatto. Il ritorno della Destra al potere", pubblicato da "Terza Repubblica", edizione del 30 aprile 2008, con il sottotitolo: "Da Anfuso e Tambroni a Fini: un’operazione che trova il suo inquietante compimento".

L’Autore merita il massimo rispetto, sia come autorevole interprete della tradizione politico-culturale del Partito Repubblicano italiano (PRI), sia come uomo, per la forza morale che ha dimostrato continuando a svolgere un’intensa attività in più campi, nonostante dal 1979 sia diventato non-vedente in seguito ad un incidente.

Vengo ora al merito dell’articolo. Poiché questo è datato 30 aprile 2008, sembrerebbe stabilire un collegamento tra "il ritorno della Destra al potere" ed avvenimenti recentissimi: l’elezione di Gianni Alemanno a Sindaco del Comune di Roma e l’elezione di Gianfranco Fini a Presidente della Camera dei deputati. In realtà il Partito di Alleanza Nazionale è parte integrante della coalizione di centro-destra dal 1994 e Fini ha già ricoperto la carica di Ministro degli Esteri dello Stato italiano. Dunque, non c’è una vera novità, se non nella circostanza che il partito di Alleanza Nazionale sembra destinato a sciogliersi, per confluire organicamente nel Popolo della Libertà.

Properzj tenta un approccio storico e vorrebbe ricostruire le vicende dell’estrema destra in Italia, dall’avvento della Repubblica fino ai giorni nostri. In realtà, non riesce a fare ciò che è proprio dello storico: non inseguire vecchi rancori, ma comprendere i processi che sono intervenuti nella realtà, modificandola e modificando insieme gli attori di quei processi medesimi. Nei confronti di tutti coloro che non ci sono più, è bene che lo storico privilegi sempre un sentimento di pietas, piuttosto che coltivare l’indignazione o emettere giudizi di condanna.

Facciamo il caso di Filippo Anfuso. Properzj gli attribuisce il ruolo di "cervello" dell’operazione che, al tempo del governo Tambroni, mirava a riassorbire tutta la destra in un unico grande contenitore (che, nominalmente, avrebbe potuto continuare a chiamarsi Democrazia Cristiana), per l’avvento di un governo moderato e sicuramente anticomunista. Temo che il ruolo di Anfuso sia esagerato.

Ad esempio, certamente negli equilibri interni del MSI pesava di più Arturo Michelini (1909-1969), il quale pure coltivava il medesimo disegno: trasformare i missini, da componente emarginata all’opposizione, a forza determinante di governo. Perché Properzj enfatizza l’apporto di Anfuso? Per screditare l’operazione, dal momento che Anfuso era stato personalmente coinvolto nell’uccisione dei fratelli Rosselli, in Francia, nel 1937. Si disse che egli sarebbe stato il mandante di quel delitto, su incarico del Governo di Mussolini, delitto poi materialmente commesso da estremisti di destra francesi. Si tratta di vicende oscure.

La giustizia umana, che può errare, nell’ottobre del 1949 scagionò Anfuso da quell’accusa, con sentenza della Corte d’Assise di Perugia. Conseguentemente, Anfuso, nel tempo, ebbe buon gioco a perseguire in giudizio tutti quei giornalisti e storici che continuarono ad indicarlo come mandante dell’uccisione di Carlo e Nello Rosselli. Comunque siano andate le cose, Anfuso è stato stroncato da un infarto durante un suo discorso parlamentare. Lasciamo che i morti riposino in pace. Se esiste un Superiore Giudice, rimettiamoci al Suo giudizio, per definizione "giusto".

L’Almirante che, come segretario del MSI, successe a Michelini era molto diverso dal primo Almirante. Infatti, abbandonò la logica della fedeltà all’ideale per perseguire l’obiettivo di un ampliamento della Destra, inizialmente con l’assorbimento dei monarchici. Il MSI cambiò nome e, nelle elezioni politiche del 7 maggio 1972, si presentò come Movimento Sociale – Destra Nazionale. In quell’occasione ebbe il massimo successo elettorale, raccogliendo oltre 2.894.000 voti (8,7 %) e 56 seggi alla Camera. Poiché il successo elettorale non riuscì a far uscire il Partito dall’emarginazione, una parte importante del suo ceto dirigente pensò di seguire la strada di un nuovo soggetto politico, meno gravato dal peso del passato. Fu così che, nel dicembre del 1976, da una scissione dal MSI-DN, nacque «Democrazia Nazionale», che ebbe come dirigenti parlamentari molto noti ed autorevoli nel campo della Destra: Ernesto De Marzio, Gastone Nencioni, Raffaele Delfino, Alfredo Covelli, Mario Tedeschi (il direttore de "Il Borghese"). Nelle elezioni politiche del 1979 fu dimostrato che quei parlamentari non avevano seguito elettorale e che il Partito era rimasto saldamente nelle mani di Almirante.

Molto più convincente la ricostruzione storica che Properzj fa delle vicende dei partiti laici, cosiddetti "minori". Ad esempio, è perfetta la definizione del primo Partito Radicale come «partito di concentrazione democratica», in cui ai liberali propriamente detti si affiancavano ex-azionisti, per nulla desiderosi di essere definiti "liberali". Per quanto a me più interessa, mi è piaciuto il riconoscimento che il Partito Liberale italiano (PLI) avesse sempre mantenuto una «sensibilità antifascista».

Ricordo che Benedetto Croce rifiutò di confondere il raggruppamento liberale con un cartello elettorale delle destre. Infatti, nelle elezioni dell’Assemblea Costituente nel 1946, si presentarono, distintamente dall’Unione democratica nazionale (di cui facevano parte i liberali del PLI), due formazioni di destra: il "Fronte dell’Uomo qualunque", ed il "Blocco nazionale della libertà". Ancora non esisteva il MSI, che si sarebbe presentato la prima volta nelle elezioni politiche del 1948. Ricordo che Giovanni Malagodi, segretario del PLI dal 1954, figlio di Olindo Malagodi, strettissimo collaboratore di Giovanni Giolitti, rifiutò sempre le proposte di costruire una "grande destra", che gli vennero prima da Covelli e poi da Almirante.

Nel 1979 il PLI, con segretario Zanone, rispose con un cortese "no grazie" alla proposta di un’alleanza elettorale con Democrazia Nazionale.
Nonostante ciò, Properzj inserisce sbrigativamente i liberali del PLI fra le destre. Croce sosteva che il PLI fosse, naturalmente, un partito "di centro" che, secondo le circostanze, poteva proporre ora politiche conservatrici, ora politiche di grande innovazione.

I liberali italiani sanno bene che il miglior personale politico che l’Italia unita abbia mai conosciuto è quello della Destra storica, cioè degli eredi di Cavour. Il punto è che quella Destra (Giovanni Lanza, Quintino Sella, Silvio Spaventa, Marco Minghetti) che aveva un concetto altissimo dello Stato (uno "Stato di Diritto"), e delle istituzioni, che riuscì a conciliare una politica di opere pubbliche con una finanza in pareggio, che faceva dell’onestà e della buona amministrazione il naturale presupposto della propria azione politica, è non soltanto lontana temporalmente, ma inconciliabile moralmente, con il modo in cui i politici attuali (di destra e di sinistra) si rapportano alla cosa pubblica.

Non deve fare scandalo che un Partito Liberale, non immemore della lezione della Destra storica, di Croce, di Einaudi e di Malagodi, possa porsi come credibile interlocutore anche di genuine istanze conservatrici. Un radicalismo "demenziale" vorrebbe farci credere che in politica ci sia spazio soltanto per ciò che è nuovo, moderno, per ciò che riforma l’esistente.

Indico di seguito alcune buone cose che, personalmente, vorrei conservare, o restaurare laddove si sono perse:
— l’unità nazionale italiana;
— lo Stato di Diritto, in cui tutti i governanti, tutti gli amministratori, tutti i politici, sono soggetti alla Costituzione ed alle leggi;
— il ruolo del Parlamento, come massima assemblea rappresentativa del Paese, dotato di poteri effettivi che consentano un reale bilanciamento rispetto ai poteri propri del Governo;
— l’autonomia e l’indipendenza della Magistratura;
— la libertà di manifestazione del pensiero, nella stampa e negli organi di informazione;
— l’iniziativa economica privata, nella cornice di un mercato disciplinato da regole che impediscano lo svolgimento di attività economiche contrarie alla dignità delle persone, o nocive alla loro salute, o in contrasto con le esigenze di salubrità dell’ambiente naturale e di tutela delle bellezze paesaggistiche;
— la coesione sociale, che richiede adeguate misure di sostegno a favore delle fasce più deboli della popolazione;
— l’esigenza di mobilità sociale, sottintesa nelle disposizioni costituzionali che, ad esempio, affermano il diritto dei capaci e meritevoli, anche se privi di mezzi, «di raggiungere i gradi più alti degli studi» (art. 34 Cost.), o che stabiliscono che agli impieghi nelle pubbliche amministrazioni «si accede mediante concorso», cioè in base a prove che consentano di valutare la preparazione ed il merito dei candidati (art. 97 Cost.).

Per tornare alla ricostruzione storica di Properzj, non mi sembra ci sia alcuna somiglianza fra la situazione del giugno del 1960 e quella dell’aprile 2008. Né il maggior pericolo viene necessariamente da chi, in politica, si definisce di "destra". I maggiori pericoli vengono da chi non ha alcun senso dello Stato e delle istituzioni e, quindi, sarebbe capace di approvare qualunque riforma della Costituzione se pensasse che realizza i propri interessi immediati. I maggiori pericoli vengono da chi pensa che il denaro sia misura di tutte le cose e che ogni persona si possa comprare. I maggiori pericoli vengono dal fatto che importanti cariche istituzionali vengano assegnate a persone aduse al servilismo verso i potenti e, come forma di compensazione, pronte a sviluppare il massimo di autoritarismo e di arroganza nei confronti delle persone che reputano "senza potere". Palermo, 1 maggio 2008

Pubblicato nel sito: www.livioghersi.it

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