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L'ennesimo spreco all'italiana

Il circo delle fiere

L'Italia non è in grado di razionalizzare le risorse per offrire una strategia efficace

di Umberto Malusà - 28 febbraio 2012

Le fiere, originariamente, si svolgevano nel corso di feste locali ed erano occasioni privilegiate in cui il re o i principi feudatari, per favorire lo scambio delle merci, concedevano l’esenzione da dazi e gabelle: l’esclusione di tasse dirette e indirette rendeva più convenienti i prezzi e aumentava, così, l’afflusso di compratori che – attratti dalla possibilità di risparmiare – arrivavano anche dai paesi vicini. Dal Medioevo ad oggi, naturalmente, la fisionomia di questo genere di eventi, che negli anni passati poteva apparire come un business in crescita, è molto cambiata: le fiere, infatti, appaiono come occasioni di scambio sempre più specializzate. Una fiera muove enormi interessi proprio perché mobilita anche risorse ingenti: l’affitto degli spazi da utilizzare, gli allestimenti necessari, le prenotazioni alberghiere e i servizi di ristorazione, tutti gli eventi e i convegni correlati, fino al personale impiegato – dai tecnici alle hostess –generano un notevole flusso di denaro. A questi fattori, va aggiunta la considerazione del valore strategico che un territorio e le sue istituzioni assumono nell’ospitare eventi fieristici di prestigio.

Si pensi al ruolo che manifestazioni come il Salone di Bourget o di Farnborough rivestono per il settore dell’aerospazio: si tratta di eventi che ricevono un sostegno pubblico e che sono diventati, per il prestigio di cui godono, appuntamenti annuali insostituibili a livello mondiale. E sono esattamente le ricadute di tipo politico-economico, più che le ragioni di marketing, ad aver determinato una vera moltiplicazione di questi eventi fieristici a livello globale: il primo a pagarne le spese, è stato il sistema delle imprese, costrette a realizzare investimenti superiori alle proprie risorse, proprio in questa direzione. Si pensi, infatti, che la presenza delle imprese agli eventi fieristici assume importanza rispetto alla cura delle pubbliche relazioni e dei rapporti istituzionali con il paese ospite, più che una reale necessità di mostrare i propri prodotti. La trasformazione, avvenuta negli anni, del modo in cui il sistema fieristico si è andato strutturando, ha comportato, dunque, anche una sua degenerazione: questo ha avuto come conseguenza la razionalizzazione del numero degli eventi anche se, soprattutto sui nuovi mercati, le imprese non potranno fare a meno di partecipare, perché spinte dalla necessità di compiacere istituzioni e mercati locali.

Quanto ai grandi eventi fieristici internazionali, il loro ruolo resta fondamentale e merita una riflessione autonoma: questi saloni sono supportati, in larga parte, dall’azione preparatoria dei governi che guidano i paesi ospiti, azione di natura diplomatica e commerciale, volta a favorire la presenza delle delegazioni più interessanti, talvolta assumendosene l’onere maggiore. Diventano, così, lo strumento principale di più complesse azioni di politica estera, in cui la parte commerciale si affianca alla realizzazione di trasferimenti di tecnologia e alla sigla di vere e proprie partnership. E in questa chiave trovano una propria ragion d’essere. È chiaro che da un punto di vista organizzativo, eventi tanto articolati abbiano richiesto, nel tempo, la costituzione di società specializzate, talvolta partecipate dai governi, proprietarie dei diversi marchi fieristici e di una rete organizzativa che opera in ciascun settore merceologico. Questo discorso è valido in generale, a livello internazionale, tranne che per l’Italia che ha perso tutti i maggiori eventi fieristici internazionali storicamente presenti nel nostro Paese, fatta salva la moda, senza tuttavia rinunciare a fare investimenti sproporzionati nella realizzazione di strutture fieristiche, spesso faraoniche, e assolutamente sovradimensionate rispetto alle nostre reali necessità.

Non c’è provincia italiana che non abbia un centro fieristico, e quindi un relativo ente di gestione o una fondazione, con il più classico baillame di consigli di amministrazione, presidenti, amministratori delegati e manager, che contribuiscono esattamente a quell’esasperazione dei costi della politica che, dunque, non sono alimentati dai soli stipendi dei parlamentari. Qual è l’obiettivo di queste burocrazie? L’autogiustificazione: la propria stessa sopravvivenza e quella delle enormi strutture costruite spendendo risorse pubbliche e con notevoli costi di gestione. Un paradosso gigantesco: perdendo il nostro vecchio appeal sul mercato, abbiamo visto andar via la maggior parte degli eventi fieristici internazionali che un tempo si svolgevano nel nostro Paese; poi, di fronte ai cambiamenti che hanno investito il commercio globale, l’Italia non è stata in grado di “fare sistema”, e priva del supporto delle proprie istituzioni, continua ad assistere al depauperamento del suo patrimonio di strutture fieristiche. Con imbarazzo siamo costretti a raccontare di pseudo-manifestazioni che sfruttano le strutture fieristiche per ospitare feste o piccoli eventi, poco significativi: si tratta occasioni commerciali per lo più rivolte al grande pubblico e che interessano i settori più vari, da quello motoristico, a quello nautico, passando per l’arredamento, dove i commercianti espongono per vendere i loro prodotti ai visitatori, i clienti finali. Oppure, peggio, siamo spettatori di guerre fra enti che si rubano reciprocamente le idee (si veda ad esempio la proliferazione di “Arte in fiera”…), rovinando l’immagine, costruita nel tempo, di eventi storicamente di successo o a vere e proprie operazioni di guerriglia (si pensi alla voluta concomitanza fra il vecchio Saie di Bologna - il salone internazionale delle costruzioni - ed il nuovo Made di Milano, la fiera Internazionale dell’Edilizia e dell’Architettura, organizzati negli stessi giorni e rivolti al medesimo pubblico e con gli stessi espositori).

Esiste una logica in tutto questo? Solo la giustificazione dell’esistente. Mentre è assente una capacità del Paese di razionalizzare le risorse e di offrire linee strategiche per la costruzione di imponenti e (spesso) inutili opere: padiglioni, sale riunioni, uffici, strutture di ogni genere. Una riflessione, oggi, più che mai necessaria anche rispetto al nodo del federalismo: veramente riteniamo che Regioni e Province possano elaborare autonome strategie di promozione e di presenza commerciale senza un coordinamento centrale? ( E non abbiamo ancora parlato delle funzioni di rappresentanza e di promozione commerciale all’estero!!!!)

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Società Aperta è un movimento d’opinione, nato dall’iniziativa di un gruppo di cittadini, provenienti da esperienze professionali e politiche differenti, animati dalla comune preoccupazione per il progressivo declino dell’Italia, già dal lontano 2003, quando il declino dell’economia, almeno a noi, già era evidente come realtà acquisita. L’intento iniziale era evitare che il declino diventasse strutturale, trasformandosi in decadenza. Oltre a diverse soluzioni economiche, Società Aperta, fin dalla sua costituzione, è stata convinta che l’unico modo per fermare il declino sarebbe stato cominciare a ragionare, senza pregiudizi e logiche di appartenenza, sulle cause profonde della crisi economica italiana e sulle possibili vie d’uscita. Non soluzioni di destra o di sinistra, ma semplici soluzioni. Invece, il nostro Paese è rimasto politicamente paralizzato su un bipolarismo armato e pregiudizievole, che ha contribuito alla paralisi totale del sistema. Fin dal 2003 aspiravamo il superamento della fallimentare Seconda Repubblica, per approdare alla Terza, le cui regole vanno scritte aggiornando i contenuti della Carta Costituzionale e riformulando un patto sociale che reimmagini, modernizzandola, la costituzione materiale del Paese. Questo quotidiano online nasce come spin-off di Società Aperta, con lo scopo di raccogliere riflessioni, analisi e commenti propedeutici al salto di qualità necessario