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Il vero nodo è la legge elettorale da cambiare

Il “chiaro” enigma di Gianfranco Fini

Smarcarsi in ritardo da Berlusconi si può. E poi?

di Elio Di Caprio - 07 settembre 2010

Deve essere stata una bella soddisfazione per Gianfranco Fini e la sua pattuglia di “indipendentisti” aver conquistato più di cinque pagine di cronaca e di riflessioni del Corriere della Sera sul suo comizio nella fin qui sconosciuta Mirabello in quel di Ferrara. Si potrebbe dire che l’ex leader di AN abbia saputo sfruttare con consumata abilità il palcoscenico mediatico ( merito del berlusconismo?) offertogli non già dall’opposizione, come sarebbe normale, quanto dagli avversari interni del suo stesso partito che nella loro foga demolitoria non si sono resi conto di quanta poca differenza ci sia nell’epoca odierna tra la gogna mediatica che mira alla distruzione sistematica dell’avversario e l’interesse e la curiosità popolare che vengono suscitate dalle telenovele familiari riguardanti la vittima sacrificale di turno.

Il “Giornale” del Cavaliere e “Libero” come la “Repubblica” di Scalari fanno politica, se politica si può chiamare, al posto dei partiti che non esistono più, irreggimentati come sono in un falso bipolarismo che è deragliato proprio su quello che doveva essere il suo scopo principale : la semplificazione e la stabilità. Non poteva accadere diversamente se è pur sempre il parlamento dei nominati dalle segreterie di partito ad aver provocato lo sconquasso attuale, la spartizione dei posti istituzionali e di governo tra i vari potentati, compresa l’elezione dei Presidenti di Camera e Senato (per non parlare degli incidenti che hanno riguardato gli Scajola ed i Brancher e mettendoci pure l’elezione del senatore “estero” Di Girolamo del PDL ora in carcere) l’elezione degli avvocati del Premier in Parlamento accanto a quella del manipolo di guastatori di cui si è avvalso Fini per creare, da Presidente della Camera, un suo gruppo parlamentare di interdizione al governo del partito che egli stesso ha “cofondato”.

A rendere ancora più grottesca e ingestibile la situazione è lo stesso consenso popolare che ha premiato più volte nel corso degli ultimi due anni la formazione del Presidente del Consiglio- capo popolo di una fazione che risulta ancora vincente ( fino a prova contaria) di fronte all’ammucchiata indistinta della sinistra che non ha le idee chiare neppure sulla legge elettorale che vuole giustamente cambiare. Non sappiamo se lo strappo di Fini si rivelerà a conti fatti un fuoco di paglia estemporaneo e intempestivo portato avanti per ragioni di ambizione personale – è un fatto però che il suo livello di popolarità è stato per anni superiore a quello di Berlusconi, leader prima di Forza Italia e poi del partito del predellino – o se si inserisce ( tatticamente o strategicamente?) in un disegno più ampio che smuove le acque per sconfiggere il berlusconismo senza alcuna garanzia di vedere l’ex leader di AN tra i fruitori a lungo termine del ribaltone da lui stesso provocato.

Un risultato mediatico di tutto rispetto, se dura, è stato però raggiunto se a livello popolare non si parla più soltanto di bersluconiani ed antiberlusconiani, ma anche di finiani ed antifiniani dopo il famoso indice puntato da Gianfranco Fini contro l’onnipotente leader del PDL nel corso dell’ultima assemblea di partito.

Resta la perplessità che non è un dubbio amletico sul perché per 15 anni Fini ed i suoi AN o ex AN abbiano accettato di stravolgere l’immagine della loro destra accontentandosi del duopolio Lega- Forza Italia, o se si vuole Bossi-Berlusconi, non distanziandosene né per stile e né per contenuti.

Resta anche la legittima impressione o meglio il legittimo ragionamento, o forse la legittima domanda se c’è qualcosa di indicibile e di inconfessabile se proprio coloro che hanno gestito l’epoca berlusconiana (già finita?) sono arrivati ad un rigetto totale di tale esperienza tanto da criticarla con toni e contenuti finora fatti propri dalla sinistra. Possibile che coloro che hanno avuto modo di misurare da vicino 15 anni di convivenza con la Lega e Berlusconi, considerino ora politicamente “indecente” proseguire la medesima esperienza con i medesimi personaggi al seguito di un “satrapo” che ha costruito una leadership personalizzata con la loro stessa connivenza?

Si può anche ricostituire una sorta di AN resuscitata, ma sono domande senza risposte decenti. Qualcosa non torna, a meno che la “nuova destra” non ammetta enormi errori precedenti a cui si cerca di riparare all’ultimo minuto, magari profittando del fisiologico logoramento del Cavaliere.

Sarebbe stata ben più credibile la componente del PDL che si esprime ora attraverso il pensiero (o i comizi) di Gianfranco Fini se avesse impedito a suo tempo l’approvazione della legge elettorale-porcata , sbandierata dai leghisti alla Calderoli come la cornice più adatta ad un bipolarismo sconfessato dai fatti, ed ora criticata dallo stesso Fini e dallo stesso Casini, anch’egli corresponsabile della “porcata”.

Un’altra destra è possibile ora – i giornali della sinistra, proprio loro, la riscoprono e se la augurano- o era possibile già prima con o senza Berlusconi? Per ora raccogliamo i cocci di un bipolarismo nato male e peggio gestito, a sinistra come a destra, che ha bloccato la dialettica politica del nostro Paese, prima sul falso problema Berlusconi sì o Berlusconi no, ora –se ce ne sarà tempo- su Fini sì o Fini no.

Resta sullo sfondo il vero problema irrisolto, quello delle regole, siano esse quelle costituzionali o quelle della legge elettorale da cambiare velocemente.
Con un’offerta politica bloccata da una legge elettorale maggioritaria-proporzionale che assomma i difetti dei due sistemi come si può pretendere di dare sempre e soltanto ascolto ai sondaggi che resteranno falsi e inconcludenti fino a quando si registrerà un partito dell’astensione in continua crescita?

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