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Sondaggi da larghe intese

Il centro destra è messo male

Forza Italia rinasce piena di contraddizioni e dissidi interni, eppure i sondaggi la danno alla pari del Pd

di Davide Giacalone - 22 settembre 2013

Tolti dal conto gli estasiati del “meno male che Silvio c’è”, come anche gli assatanati secondo cui non ci sarebbe mai dovuto essere, ma visto che c’è è bene che sparisca, possibilmente in una galera, tolte le tifoserie, dunque, resta l’Italia normale. Fatta di opinioni e interessi diversi, ma normali. Sondata in questi giorni (da ultimo ad opera di Swg), l’Italia normale restituisce la seguente approssimazione: più o meno la metà non sa che pesci prendere, mentre nell’altra metà un terzo voterebbe per il Pd, un terzo per il Pdl (appena ridenominato) e il rimanente terzo per quel che resta, compresa la consistente fetta degli ortotteri maledicenti tutto e tutti. La foto aiuta a capire due cose: intanto che le larghe intese sono strette, raccogliendo due terzi della metà; poi che l’Italia moderata non è rappresentata. Questo induce pericolose illusioni ottiche.

Il centro destra non potrebbe essere messo peggio di così. Sempre lasciando da parte le tifoserie, guardandolo con occhi normali: ha un leader carismatico condannato per raggiri fiscali, che si accinge a perdere il seggio e scontare la pena; dietro di lui c’è un insieme di soggetti che o sgomitano per fargli vedere quanto sono determinati nel fare gli scudi umani, o con lui si scudano per costruirsi carriere alternative; al governo hanno puntato su un paio di simboli fiscali, ma si son resi tutti conto che è già tanto se passa la bandiera, con il rischio di trovarsi l’asta fuori posto; la trovata innovativa consiste nel tornare al passato. Suvvia, non una bella condizione. Eppure i sondaggi li danno allo stesso livello di una sinistra che guida il governo, ha l’appoggio del presidente della Repubblica, veste gli abiti del legalismo e del rispetto della giustizia, gode di una stampa che s’interroga solo su chi dei loro sarà il prossimo trionfatore. Com’è possibile? Credo che lo sia perché l’Italia raffigurata dai mezzi di comunicazione non somiglia a quella reale. E chi non capisce il dramma di una mancata rappresentanza, per giunta della parte costantemente maggioritaria dell’elettorato, non può essere considerato affidabile. Desta fondati sospetti e ragionevoli repulsioni.

Ora osservate il racconto pubblico e rilevate i sintomi di una visione (a dir poco) guercia. Parliamo della giustizia come se non fosse la peggiore d’Europa e come se non lo sapesse chiunque l’abbia frequentata. Confindustria si schiera per la continuità governativa, ma chiede che il governo sia discontinuo con sé medesimo. Si parla di riforme e merito, intanto si fanno sanatorie per precari e si cancella il valore degli esami scolastici. Si apre il cantiere delle riforme costituzionali e si proclama che l’attuale testo è il migliore del mondo. Potrei continuare, ma quel che si vede è che le parole hanno divorziato dal loro significato.

Vi ricordate di Ernesto Calindri? Grande attore ed elegante protagonista della pubblicità Cynar: seduto al tavolino di un bar, ma al centro del caotico traffico cittadino, sorseggia la bevanda e legge il giornale, incurante del potere essere arrotato: “contro il logorio della vita moderna”. Enrico Letta spero che capisca, visto che faccio riferimento alla medesima fonte del sapere che lui usa: Carosello. Ecco, quando Letta dice “non mi farò logorare”, sembra un Calindri al contrario: non una sfida di calma e determinazione opposta al rombo delle vetture e allo smog, ma uno che non ha capito dove si trova. Fuori posto. Se ne possono ammirare i nervi saldi, ma l’impressione è che non abbia mai guardato i saldi di cassa. Ha avallato cose impossibili per poi dire: oibò, non son possibili. La parola e il significato, in lui, non hanno divorziato, non si sono conosciuti. E’ bello che non voglia farsi logorare, ma rifletta, lui e tutti noi, sul logorio cui si sottopone una democrazia in cui un terzo dell’elettorato attivo è stato confinato fra i brutti, sporchi e cattivi. Ci pensino, prima che qualche vettura non scordi d’essere parte della pubblicità e porti via il tavolo, il giornale e anche il bicchiere. La persona no, si salverà, fortunatamente. Come altri al suo fianco. Perché sono illusioni ottiche.

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Società Aperta è un movimento d’opinione, nato dall’iniziativa di un gruppo di cittadini, provenienti da esperienze professionali e politiche differenti, animati dalla comune preoccupazione per il progressivo declino dell’Italia, già dal lontano 2003, quando il declino dell’economia, almeno a noi, già era evidente come realtà acquisita. L’intento iniziale era evitare che il declino diventasse strutturale, trasformandosi in decadenza. Oltre a diverse soluzioni economiche, Società Aperta, fin dalla sua costituzione, è stata convinta che l’unico modo per fermare il declino sarebbe stato cominciare a ragionare, senza pregiudizi e logiche di appartenenza, sulle cause profonde della crisi economica italiana e sulle possibili vie d’uscita. Non soluzioni di destra o di sinistra, ma semplici soluzioni. Invece, il nostro Paese è rimasto politicamente paralizzato su un bipolarismo armato e pregiudizievole, che ha contribuito alla paralisi totale del sistema. Fin dal 2003 aspiravamo il superamento della fallimentare Seconda Repubblica, per approdare alla Terza, le cui regole vanno scritte aggiornando i contenuti della Carta Costituzionale e riformulando un patto sociale che reimmagini, modernizzandola, la costituzione materiale del Paese. Questo quotidiano online nasce come spin-off di Società Aperta, con lo scopo di raccogliere riflessioni, analisi e commenti propedeutici al salto di qualità necessario