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Pubblicato il primo di una serie di rapporti

Il Censis: ci siamo patrimonializzati

Gli italiani vivono sempre più di rendita. E aumenta la distanza tra fasce alte e basse

di Patrizia Licata - 01 giugno 2005

Se stipendi e pensioni non sono più sufficienti a sostenere il tenore di vita degli italiani, ecco che vengono in aiuto le rendite. Il 5% dei nuclei familiari in Italia ha come fonte prevalente di guadagno una rendita generata da attività reali, mobiliari, forme di risparmio vario, assegni di sostentamento e non un salario, un reddito da lavoro autonomo o da pensione. Questa realtà è stata fotografata dal Censis in Come e quanto ci siamo patrimonializzati, un documento che descrive un trend e invita a porlo in relazione con lo stato attuale dell’economia. Perché se è vero che dalla metà degli Anni Novanta a oggi la ricchezza netta delle famiglie è cresciuta in media del 5% annuo, questo non vuol dire che tutti gli italiani siano ricchi (e che l’economia vada bene). Il Censis chiarisce che la crescita più eclatante dei patrimoni privati riguarda solo una quota molto contenuta delle famiglie italiane. Certo, anche i ceti meno abbienti, nel loro piccolo, abbiano fatto la loro scorta. Nel 2004 sono aumentate di circa il 4% le attività, soprattutto liquide, messe da parte dalle famiglie. E se nel 1999 il contante e i depositi costituivano il 20,6% del totale delle attività finanziarie, attualmente essi rappresentano il 26%. Una consistente massa liquida che, secondo il Censis, ha “fonti visibili e fonti meno evidenti”: “è ipotizzabile che la liquidità oggi utilizzata per accrescere il valore delle attività finanziarie e delle attività reali possano derivare da circuiti sommersi o da forme di evasione fiscale”. Questa liquidità abbondante viene utilizzata in parte per irrobustire i patrimoni, soprattutto attraverso l’acquisto di immobili, in parte per accrescere il risparmio. Non quindi per sostenere i consumi. Le famiglie assumono un atteggiamento di attesa rispetto all’acquisto, preferendo mettere da parte il denaro: la propensione al risparmio è tornata a crescere negli ultimi anni passando dall’11,2% del 2002 al 12,7% del 2003.

Quanto all’investimento nel mattone, il Censis stima che nei primi cinque mesi del 2004, rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente, sia stato acquistato il 36% in più di case per vacanza. Attualmente più dell’80% delle famiglie italiane possiede una casa di proprietà, circa il 13% ha anche una seconda abitazione e il 4,5% altre tipologie di fabbricati. Ma ancora una volta, fa notare il Centro Studi, sono le fasce di reddito più alte a guidare gli acquisti di beni immobili. E lo stesso paradigma vale per il patrimonio derivante dal possesso di strumenti finanziari. La disponibilità di attività finanziarie speculative è nettamente più diffusa tra le classi di reddito elevato: il 19,7% di chi guadagna più di 3.100 euro dispone di azioni, contro lo 0,3% delle famiglie fino a 1.300 euro. Una sperequazione che non va trascurata. Gli italiani, insomma, sono sì un popolo di risparmiatori che ama investire nel mattone, ma con una distinzione. Da un lato, si staglia la ristretta fascia dei redditi alti che generano forme di ricchezza sempre più concentrata: negli ultimi dieci anni la quota di patrimonio totale detenuta dal 5% delle famiglie più ricche d’Italia è passata dal 27% al 32% della ricchezza totale. Dall’altro, si estende la grande massa dei piccoli risparmiatori, che oggi corre verso forme sempre più spinte di indebitamento: 4 milioni di famiglie italiane sono gravate da debito, il 53% delle quali per l’acquisto o la ristrutturazione di un immobile.

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