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Un esempio di malagiustizia

Il caso Scaglia e gli stranieri che evitano l'Italia

La riforma della giustizia è indispensabile per rendere di nuovo competitive le nostre imprese

di Enrico Cisnetto - 21 ottobre 2013

Silvio Scaglia assolto perché il fatto non costituisce reato. Il manager e imprenditore novarese era stato indagato, nella sua veste di amministratore delegato di Fastweb, per il reato di “associazione a delinquere finalizzata all’evasione fiscale” nell’ambito dell’inchiesta Fastweb-Telecom Italia Sparkle per false fatturazioni di servizi telefonici e telematici inesistenti.

Lo ricorderete, no: Scaglia venne arrestato nel 2010, tre anni dopo l’apertura dell’inchiesta da cui venne inizialmente espunto, rimase in carcere 80 giorni nonostante si fosse presentato spontaneamente (era rientrato dall’estero) e quasi un anno (dal 17 maggio 2010 al 24 febbraio 2011) agli arresti domiciliari. Uno scandalo, nel più generale scandalo dell’abuso di carcerazione preventiva che si perpetua in Italia. Danni per milioni, una vita che poteva essere distrutta se lui non avesse avuto la forza di reagire, anche intraprendendo nuove attività, fino alla recente acquisizione di una delle più note aziende dell’intimo di lusso, La Perla, finita in concordato preventivo e per questo messa all’asta.

Il fatto che il Tribunale di Roma avesse liberato tutte le fidejussioni e i sequestri che aveva realizzato nei suoi confronti, induceva a pensare che la cosa sarebbe finita nella classica bolla di sapone e che l’estraneità di Scaglia alla truffa dell’Iva venisse certificata. Così è stato. Bene, si dirà. No, invece. Perché la detenzione preventiva, in carcere e ai domiciliari, che Scaglia è stato costretto a subire nonostante non sussistesse alcuno dei tre motivi per comminarla – tornò spontaneamente in Italia per collaborare e spiegare la situazione, non poteva scappare, né occultare prove, né reiterare il reato – rappresenta un’ingiustizia che non si cancella con la sentenza di assoluzione.

Nel caso di Scaglia come in quello di tanti altri italiani, meno famosi di lui e per questo ancor di più carne da macello, il problema non sta nella colpevolezza o meno, quanto nell’utilizzo smodato della custodia cautelare, troppo spesso utilizzata come strumento di pressione per ottenere confessioni, cosa che sarebbe anche in caso di condanna nel processo. Bisognerebbe dunque modificare la legge imponendo limiti di utilizzo e di tempo molto più contenuti. Dobbiamo sapere che la riforma della giustizia non è un fatto tecnico, o peggio una necessità per chi è nei guai (Berlusconi), ma un passaggio fondamentale per lavorare su uno dei fattori cruciali della competitività di un sistema-paese, e di conseguenza per rendere il nostro maggiormente efficiente. Questa è cosa sempre più avvertita dalle imprese, non solo per il carico economico che devono sopportare ma, soprattutto, per il fatto che il cattivo funzionamento della giustizia costituisce un grosso ostacolo che allontana gli investitori stranieri dall’Italia.

Scaglia, che non ha mai smesso di credere nell’Italia nonostante che dopo essere stata generosa gli sia stata matrigna, torna a pieno titolo protagonista del nostro capitalismo. Ed è, nel panorama desolante che ci circonda, sempre più poveri come siamo di aziende, di risorse, di idee e di coraggio, una notizia straordinariamente confortante. Speriamo che l’esito felice di una storia esemplarmente negativa, induca tutti a mettere rimedio ai difetti del nostro sistema giudiziario. (twitter @ecisnetto)

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Società Aperta è un movimento d’opinione, nato dall’iniziativa di un gruppo di cittadini, provenienti da esperienze professionali e politiche differenti, animati dalla comune preoccupazione per il progressivo declino dell’Italia, già dal lontano 2003, quando il declino dell’economia, almeno a noi, già era evidente come realtà acquisita. L’intento iniziale era evitare che il declino diventasse strutturale, trasformandosi in decadenza. Oltre a diverse soluzioni economiche, Società Aperta, fin dalla sua costituzione, è stata convinta che l’unico modo per fermare il declino sarebbe stato cominciare a ragionare, senza pregiudizi e logiche di appartenenza, sulle cause profonde della crisi economica italiana e sulle possibili vie d’uscita. Non soluzioni di destra o di sinistra, ma semplici soluzioni. Invece, il nostro Paese è rimasto politicamente paralizzato su un bipolarismo armato e pregiudizievole, che ha contribuito alla paralisi totale del sistema. Fin dal 2003 aspiravamo il superamento della fallimentare Seconda Repubblica, per approdare alla Terza, le cui regole vanno scritte aggiornando i contenuti della Carta Costituzionale e riformulando un patto sociale che reimmagini, modernizzandola, la costituzione materiale del Paese. Questo quotidiano online nasce come spin-off di Società Aperta, con lo scopo di raccogliere riflessioni, analisi e commenti propedeutici al salto di qualità necessario