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Un salvataggio tutto a carico del contribuente

Il caro prezzo del “volare Alitalia”

Qual è la ricetta migliore se non la vendita all’asta dei beni di una compagnia-zavorra?

di Davide Giacalone - 30 ottobre 2008

C’è del surreale, nella non conclusa storia di Alitalia. La trattativa con i sindacati è saltata anche perché, fra le altre cose, si era tirato in ballo un problema previdenziale: ci sono lavoratori che dopo sette anni di cassa integrazione guadagni potrebbero non avere ancora diritto alla pensione. E come si fa? Già, il fatto è che questi sono fuori dalla realtà.

Il salvataggio di Alitalia è uno sconcio in sé, perché mette sulle spalle del contribuente il peso di un disastro provocato dalla cattiva politica, dal cattivo sindacato e dalla cattiva gestione, quindi dal cattivo management. Il frutto della cogestione è un buco colossale. Ma invece di chiamarne a risponderne i responsabili lo si sposta nelle casse pubbliche. E non basta, perché oltre ai debiti si pagano anche gli esuberi, tirando fuori i talleri per mantenerli sette anni in cassa integrazione. E non è ancora sufficiente, perché poi dovremo anche pagare la loro pensione, per un’altra trentina d’anni.

Quando avremo fatto tutto questo, in spregio a qualsiasi ragionevolezza e buona amministrazione, ci troveremo ad avere a che fare con altre crisi, con altri esuberi (nessuno parla mai di quelli Telecom, che sono dieci volte quelli di Alitalia), ed allora che diremo? Risponderemo che i lavoratori di Alitalia sono figli della gallina bianca? Oppure offriremo a tutti lo stesso trattamento? Nel primo caso metteremo in una pentola a pressione il ribollire della rabbia sociale, fin quando sarà sul punto d’esplodere. Nel secondo ci toccherà tassare quelli che lavorano fino al sessanta per cento del loro reddito, senza escludere di colpirli anche con una patrimoniale, o indebitarli per altre sette generazioni, sicché, alla fine, i ricchi saranno in cassa integrazione ed i poveri a sgobbare.

Quello che colpisce è che ad un tavolo ci siano imprenditori, la cui ipotetica avventura è possibile solo perché lo Stato interiorizza il debito, e sindacati, il cui consenso è acquisibile scaricando su altri lavoratori il costo dell’operazione. Sono sicuro che se un buon numero di questi ultimi avessero coscienza di quel che succede, non avrebbero dubbi su qual è la ricetta migliore: chiudetela, fatela fallire, vendete i beni all’asta e non chiedeteci più di contribuire.

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