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Tra cattiva informazione e disinformazione

IL cancro di Belusconi e l’euro

La realtà che non si riesce più a nascondere

di Elio Di Caprio - 26 maggio 2010

La grande rivelazione di questi giorni è che Silvio Berlusconi, operato a suo tempo di cancro, dichiara al compiacente Bruno Vespa che “forse” l’intervento non serviva. Apriti cielo! Non c’è quotidiano che non riporti la strabiliante notizia come meritevole delle preoccupazioni e delle attenzioni dell’opinione pubblica sulla salute del premier che da tempo sottopone la sua vita privata al giudizio degli elettori per creare una “story” condivisa e condivisibile oltre e al di là dei tanti pettegolezzi che lo riguardano, sempre attento a calibrare la sua immagine di uomo qualunque-leader che rappresenta l’anima popolare in tutti i frangenti possibili.

Il Cavaliere è uno di noi, dice le cose che ognuno pensa e dibatte nella vita privata di ogni giorno. Perché non può dire che sulla base della sua esperienza consiglia a tutti di farsi visitare da tre specialisti ( chi può..) prima di rassegnarsi ad un intervento chirurgico? Quello che desta preoccupazione non sono le dichiarazioni del Premier in sè, ma l’immediato gioco politico-mediatico che subito si innesca. Non solo dobbiamo soffermarci, tra tante notizie ben più gravi e drammatiche che riguardano la crisi economica in atto, su dichiarazioni in sé banali che non spostano nulla, ma dobbiamo pure prendere atto delle immediate reazioni “politiche” che ne conseguono.
Così sappiamo che la sconosciuta deputata Margherita Motto attacca Berlusconi sul tema dicendo che si tratta di dichiarazioni incredibili che dimostrano una grande sfiducia nei medici italiani e nei chirurghi che vengono denigrati senza motivo. Ci manca solo una interrogazione parlamentare in proposito del PD, magari con risposta scritta, per mettere ancora una volta in fallo il Cavaliere di fronte all’opinione pubblica.

Ma chi contribuisce in tal modo a mitizzare ( si fa per dire) il giocattolo del berlusconismo, il Cavaliere o un’opposizione in agguato su tutti i temi, anche i più insulsi, su cui si farebbe più bella figura a stare zitti? Il caso Santoro è l’ altro thriller che viene dato in pasto all’opinione pubblica e ancora non si sa se l’anchor man della sinistra ( quale non si sa) resterà nella TV pubblica o solo ha voluto giocare anche lui, minacciando di andarsene ( ma non del tutto) al ricatto mediatico per dimostrare a se stesso e ai suoi aficionados quanto vale e quanto è indispensabile alle sempiterne battaglie antiberlsuconiane. Se la sinistra lo vuole ancora come fiero oppositore dell’attuale governo, che lo si paghi adeguatamente per il suo contributo! La bottega italiana ha i suoi diritti.

E’questo un gioco perfetto che delizia un’opposizione senza guida e consente al Cavaliere di dividere gli italiani su tutti i temi possibili riconducendo la dialettica politica quasi esclusivamente sulla sua persona. Come sempre, come fuori ci fosse una realtà che non interessa. Le conseguenze sono piuttosto grottesche, perché riguardano la qualità della nostra informazione che, con eguale responsabilità di destra e sinistra, continua a distoglierci, nel turbinio di tante notizie affastellate, dai temi reali. La nostra attenzione viene concentrata su Noemi, sul divorzio di Veronica Lario, sul caso Marrazzo, sui rifiuti di Napoli, sul terremoto dell’Aquila e intanto la crisi economica avanza in un surreale balletto tra ottimisti e pessimisti.

Berlusconi “deve” essere ottimista per onor di firma. Tremonti si barcamena a tal punto da compiacere destra e sinistra, ma poi mette la sua firma all’abolizione dell’ICI, l’unica sembianza reale di un sistema federal-comunale che consentiva finora una minima autonomia nelle entrate e nelle spese, capisce tutto in anticipo e mette a posto i conti per il futuro. Poi interviene la “variante impazzita” dell’euro a sconvolgere tutti i piani e il compito di annunciare sacrifici per tutti viene affidato al già silente Gianni Letta che però si precipita a sperare che si tratti di sole misure tampone e temporanee in attesa di ritornare ai tempi belli di una volta.

Come da copione governo, opposizione e sindacati sono presi alla sprovvista e non sanno se conviene dare un messaggio di coesione nazionale in un frangente così drammatico che può mettere in gioco l’esistenza dell’euro oppure cavalcare o far finta di cavalcare lo scontento di categorie che si sentono più penalizzate delle altre. Il povero Bersani non fa neanche in tempo a protestare- l’ha fatto per mesi- perchè si parla più di cose inconsistenti che dei problemi economici reali che subito piomba la nuova crisi e non bastano più le parole… E meno male che Tremonti c’è. La realtà è che l’euro non è una variante impazzita venuta improvvisamente alla luce.

Già nel gennaio 2009, parliamo di in anno e mezzo fa, nel pieno della crisi finanziaria causata dai mutui subprime americani, l’autorevole Spiegel spiegava ( ma chi legge i giornali stranieri?) che nulla sarebbe stato inimmaginabile come conseguenza a lungo termine dello sconquasso finanziario. Si poteva ben passare dall’inconcepibile all’inevitabile, diceva il giornale tedesco. Non potevano essere perciò escluse le bancarotte degli Stati, così come l’affondamento dell’euro. “Se un Paese come la Grecia – diceva allora lo Spegel- nei prossimi 24 mesi non riuscirà a coprire 48 miliardi di euro di debito pubblico, diventerà insolvente e l’euro perderà parte del suo valore”. Più o meno quello che è successo.

E l’Italia? Ci voleva una grande perspicacia a capire che il combinato disposto di un debito pubblico enorme e della concorrenza debitoria di nuovi Paese toccati dalla crisi avrebbe reso sempre più oneroso per noi il ricorso a nuovi prestiti internazionali? Abbiamo chiuso gli occhi e ci siamo invece occupati esclusivamente, tra un’elezione e l’altra, dei casi Noemi e Marrazzo. Ora ci sono il cancro di Berlusconi ed i medici che non sanno curarlo, i balletti mediatici su Santoro sì e Santoro no.

Il belusconismo ha a sua volta deviato la visione della realtà illudendo tutti che la crisi non c’era o era superata o bastava essere ottimisti per superarla meglio. Siamo nel maggio 2010, i nodi stanno venendo al pettine troppo velocemente e, informazione per informazione, non sappiamo nemmeno esattamente se Gianni Letta, portavoce di Berlusconi, abbia detto o no che dopo la Grecia siamo o no in una situazione disperata.

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Società Aperta è un movimento d’opinione, nato dall’iniziativa di un gruppo di cittadini, provenienti da esperienze professionali e politiche differenti, animati dalla comune preoccupazione per il progressivo declino dell’Italia, già dal lontano 2003, quando il declino dell’economia, almeno a noi, già era evidente come realtà acquisita. L’intento iniziale era evitare che il declino diventasse strutturale, trasformandosi in decadenza. Oltre a diverse soluzioni economiche, Società Aperta, fin dalla sua costituzione, è stata convinta che l’unico modo per fermare il declino sarebbe stato cominciare a ragionare, senza pregiudizi e logiche di appartenenza, sulle cause profonde della crisi economica italiana e sulle possibili vie d’uscita. Non soluzioni di destra o di sinistra, ma semplici soluzioni. Invece, il nostro Paese è rimasto politicamente paralizzato su un bipolarismo armato e pregiudizievole, che ha contribuito alla paralisi totale del sistema. Fin dal 2003 aspiravamo il superamento della fallimentare Seconda Repubblica, per approdare alla Terza, le cui regole vanno scritte aggiornando i contenuti della Carta Costituzionale e riformulando un patto sociale che reimmagini, modernizzandola, la costituzione materiale del Paese. Questo quotidiano online nasce come spin-off di Società Aperta, con lo scopo di raccogliere riflessioni, analisi e commenti propedeutici al salto di qualità necessario