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Torniamo a fare politica secondo la vecchia formula

Il cambiamento di Gianfranco Fini

Colpa dei vizi del Paese, se sembra un’eccezione

di Enrico Cisnetto - 23 maggio 2009

C’è chi gli ha attribuito la “sindrome del solista” – modo neppure tanto elegante per far credere che sia isolato – e chi, viceversa, orfano di leader degni di questo nome. gli tira la giacca nella speranza di trascinarlo su un terreno politico che non è il suo. Insomma, oggi Gianfranco Fini nel centro-destra è reietto e nel centro-sinistra un eroe. Tentativi fuori luogo, rappresentazioni rozze.

Ma, francamente, quelli che proprio non né a capire né a tollerare sono coloro ch e pretendono di misurare l’azione politica di Gianfranco Fini col metro della coerenza storica. Tanto più se a fare questo inutile esercizio sono proprio coloro che a suo tempo hanno chiesto a Fini di superare le sue antiche provenienze e che da Fiuggi in poi hanno speso parole di elogio sulla creazione, con An, della “destra democratica”. Perché delle due l’una: o si considera insuperabile il “peccato originale”, e allora avremmo dovuto sentire una levata di fischi anche quando è stato nominato ministro degli Esteri e ancor più quando è stato eletto presidente della Camera; oppure ci si compiace della sua evoluzione politica, e allora si potrà essere d’accordo o meno con quanto oggi va dicendo sui vari temi dell’attualità politica, ma occorre smetterla con la continua evocazione di vecchie posizioni assunte da Fini su questi stessi temi, necessariamente diverse dalle attuali.

Quelle erano posizioni di un “Fini fa”, le odierne sono quelle di un uomo politico che ha compiuto – e fatto compiere al suo partito, seppure con molte differenze al suo interno – un lungo percorso evolutivo. Una strada che lo ha portato a maturare una coscienza laica – ma non laicista, mi pare – a saper difendere le istituzioni repubblicane nella forma come nella sostanza, ed infine ad assumere un ruolo di assoluta autonomia pur in un partito (si fa per dire) che invece richiede atti di fede e di asservimento al suo leader.

Niente di speciale, intendiamoci: è laico quanto lo era De Gasperi e un pezzo importante della Dc successiva; è democratico quanto è necessario esserlo in una democrazia matura; è libero come dovrebbe esserlo tutti coloro che concepiscono l’agire politico – e ancor più la rappresentanza parlamentare – come espressione del pluralismo delle idee e dei valori; svolge il suo ruolo di terza carica dello Stato con la dignità e la fermezza di altri prima di lui. Il fatto è che queste condizioni, che dovrebbero essere “normali”, tali non sono, e così quando vengono “incarnate” – tanto più se autorevolmente – rischiano di apparire come “particolari”, per non dire eccentriche.

E’ il basso livello di laicità dello Stato, è la cattiva interpretazione che si di solito si da al senso della democrazia e soprattutto della libertà di opinione, è la scarsa abitudine e propensione al confronto dialettico – a favore della contrapposizione preconcetta – sono le battutacce populiste del Berlusconi che vorrebbe fare a meno del Parlamento, dopo averlo riempito lui più di altri di “nani & veline”, che fanno sembrare le attuali posizioni di Fini eterogenee senza addirittura eterodosse. Ma questo non è colpa di Fini. Semmai lui ha il merito di aver ridato voce e ruolo a tesi e comportamenti ormai desueti. E pazienza se nel passato la pensava diversamente.

Tuttavia, guai a usare Fini – e guai al presidente della Camera a farsi usare – per tentare di mettere in fuorigioco Berlusconi: la sinistra ci prova dai tempi della “discesa in campo”, e ha sempre finito col regalargli l’aureola di martire e un sacco di consensi.

Invece, è su un altro terreno che occorre sfidare il Cavaliere: quello della capacità di governare. E non le emergenze, ma i problemi strutturali che richiedono risposte altrettanto strutturali.

E’ qui che il premier è debole, ed è qui che va stanato. Ma per far questo non bastano dichiarazioni e interviste, occorre mettersi a studiare, avere idee e progetti, formare gruppi di lavoro. Insomma, fare politica secondo la vecchia formula, desueta ma più che mai valida.

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