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Una Cuba pronta a scoppiare

Il “buono” e il “cattivo”

Il presunto dialogo tra Cuba e l’America non è mai esistito

di Davide Giacalone - 14 maggio 2009

Si è detto molto sulle “aperture” statunitensi verso Cuba, almeno quanto si è taciuto sulle immediate chiusure, da parte della dittatura. L’analisi, nel nostro spicchio d’Europa latina, è tutta giocata su elementi sentimentali ed irrazionali. Si guarda a Fidel con tenerezza, riconoscendo in lui l’attitudine antiamericana ed anticapitalista di una fetta della nostra cultura di sinistra, così come di una porzione di quella di destra. Egli è il “buono”, il rivoluzionario, il resistente. Un altro buono, Obama, è giunto alla presidenza degli Usa, quindi non può che nascerne l’intesa. Fesserie.

E’ vero che l’embargo è durato troppo a lungo, perdendo sempre più d’efficacia. Ed è vero che gli esuli cubani, in gran parte residenti a Miami, sono un blocco elettorale che esercita influenza politica. Questo, però, non fa venir meno la ragionevolezza della politica anticastrista. Cuba è stata, a lungo, un problema reale per la sicurezza statunitense, che a 90 miglia marine aveva un alleato dell’Unione Sovietica. L’embargo nasce con la svolta comunista della rivoluzione, fu varato da Eisenhower e consolidato da un altro “buono”, Kennedy.

Oggi Obama neanche discute l’embargo, nel mentre il segretario di Stato, Clinton, annuncia l’imminente fine del regime. Invece rimuove i limiti all’invio di soldi, destinati ai cittadini cubani, ed ai viaggi dei cubani residenti negli Usa. Cuba risponde imponendo una tassa sul loro sbarco e rapinando chi converte i dollari in valuta locale. Gli americani chiedono la liberazione dei detenuti politici, dei dissidenti chiusi nei lager tropicali, ed il regime risponde che prima devono essere loro a liberare le spie cubane. Il dialogo non c’è, anche se commuove qualche europeo. C’è, invece, una Cuba pronta a scoppiare, con un despota morente ed un fratello carnefice che sente la puzza della fine.

Anche a Berlino il muro era alto e solido. Ma il popolo lo aveva già scavalcato. Oggi, a Cuba, sono le “aperture” ad avviare il cantiere di smontaggio. Tanto più che i dittatori sono pronti a diventare base iraniana e sbarco cinese. Problema, questo, che riguarda anche parte del continente sud americano, dove antistatunitensi sono gli odierni despoti. Non sarà una festa da ballo, ma la fine del familismo dittatoriale sarà un gran guadagno, per i cubani.

Nella politica internazionale si misurano e scontrano gli interessi, pertanto deve essere sempre realista e concreta. Ma nessuna politica estera è possibile se non retta da ideali. Come nessuna politica, in generale. Noi che viviamo in democrazia e libertà, non possiamo che considerare doverosa la battaglia per la libertà altrui. Ovunque si trovi, quale che sia la sua lingua. Dimenticandolo, perderemo noi stessi.

Ho letto il blog di Yoani Sánchez, il suo “generacióny”. Ho letto la pagina che ha premesso alla raccolta dei suoi post (edita da Rizzoli): “Abito un’utopia che non è la mia. (…) La porto sulle spalle senza potermela scrollare di dosso. (…) Alcuni che non la conoscono tentano di convincermi che devo preservarla, ma non sanno quanto sia alienante accollarsi il peso dei sogni altrui e vivere un’illusione estranea. A coloro che mi hanno imposto –senza consultarmi- questa falsa chimera voglio dire, da subito, che non penso di lasciarla in eredità ai miei figli”. Siamo dalla sua parte, e dei figli di Cuba.

Pubblicato da Libero

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