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La cura graduale antideficit non serve

Il buco nero del debito pubblico

È necessario un interevento immediato che miri al rilancio della crescita del Paese

di Enrico Cisnetto - 12 ottobre 2007

Chi si compiace dell’uscita di Walter Veltroni sulla necessità di un intervento straordinario sul debito pubblico – benvenuto tra noi, caro quasi neo-segretario del PD – dovrebbe frenare l’euforia e porsi la domanda sul come realizzare l’ardimentoso obiettivo. Certo, nel vuoto di una politica ridotta a farsi dettare l’agenda dai comici – siano essi guitti professionisti o ministri che fanno ridere – vedere un leader anche solo accennare ad un tema così importante e complesso non può che suscitare una reazione favorevole. Ma dato che non stiamo parlando dei costi della casta, o di altre quisquilie, bensì di una cosa molto seria e delicata, sarebbe buona regola accompagnare le asserzioni con le proposizioni. Specie se nelle stesse ore in cui si annuncia la necessità di porre il risanamento strutturale della finanza pubblica al centro della propria azione politica, il capo del governo cui si partecipa risponde alla Commissione Ue che “non si può mica fare tutto in un anno” e che “guai a mettere a posto i conti ammazzando l’economia del Paese” (come se non si fosse già ammazzata da tempo, e senza neppure il vantaggio del risanamento).

Ma lasciamo stare questo aspetto della cosa – cui ne andrebbe aggiunto un altro non meno decisivo: con quale sistema politico si riduce l’indebitamento, non certo con il bipolarismo bastardo fin qui sperimentato? – e guardiamo alla sostanza: occorre darsi come priorità il taglio di un debito che oggi ci costa 70 miliardi all’anno di interessi passivi (peraltro, ormai per il 57% pagati a favore di soggetti esteri). Bene. Ma con quali mezzi? Di Vico sul Corriere dice: guai a pensare a soluzioni una tantum, ci dobbiamo arrivare gradualmente con l’avanzo primario e la crescita. Peccato che questa strada “non fantasiosa” si scontri con almeno due controindicazioni. La prima: abbiamo già buttato via 15 anni, e l’Europa non è più disposta ad aspettare. La seconda: per riprendere la strada dello sviluppo abbiamo bisogno di massicci investimenti pubblici. Vediamo il dettaglio. Il trattato di Maastricht è stato firmato il 7 febbraio 1992. In quell’anno il rapporto debito-pil italiano era al 108,1%. Ora, è vero che il processo di risanamento (si fa per dire) è iniziato nel 1995 dopo che l’anno prima il debito aveva toccato il record di 126 punti di pil, e che da quel massimo ad oggi si è avuta una discesa di ben 19,2 punti percentuali.

Ma è altrettanto vero che tra il 1992 e il 1994 – quando già erano in vigore le nuove regole di finanza pubblica europee – quel rapporto era salito di 18 punti e che se dunque si prende il considerazione l’arco di tempo che va dalla firma di Maastricht ad oggi, il cosiddetto risanamento si riduce alla miserevole cifra di 1,3 punti (dal 108,1% del 1992 al 106,8% attuali), che diviso 15 anni fa la strabiliante cifra di 0,086 punti annui. Ecco, quando si auspica la gradualità, o si manda a quel paese Bruxelles come ha fatto l’ex presidente della Commissione Ue – e nel passato pure il duo Berlusconi-Tremonti – bisognerebbe riflettere sul fatto che nel 1992 l’Italia si era assunta l’impegno di ridurre il debito al 60% del pil in un tempo “congruo” (non si è mai messo nero su bianco quanto fosse, ma informalmente si era stabilito tra un minimo di uno e un massimo di due decenni), e che coloro che hanno accettato di condividere il “nostro” (ormai ex) debito possano essere legittimamente incavolati. Specie se si pensa che per questo gioco dell’oca in cui si torna alla casella di partenza in questi tre lustri si sia “bruciata”, privatizzazioni comprese, l’astronomica cifra di oltre 900 miliardi di euro in moneta rivalutata nel tentare di cancellare la parte eccedente il 60% di debito-pil, salvo ritrovarci ancora lontani di ben 46,8 punti percentuali da quell’obiettivo.

A tutto questo si aggiunga che la deindustrializzazione e la marginalizzazione nell’economia globalizzata che abbiamo patito – quello che le cassandre come me chiamano da anni declino – rendono ormai impossibile far prescindere qualunque tentativo di rilancio della crescita da un piano di investimenti pubblici, a cominciare dall’infrastrutturazione materiale e immateriale del Paese, il che controbilancerebbe un eventuale (e finora mai realizzata) politica di contenimento della spesa corrente, rendendo necessaria per il risanamento finanziario un’altra fonte, come appunto la riduzione – obbligatoriamente una tantum – del debito. Che poi si tratti della proposta Guarino, che io ho sostenuto e sostengo convintamente, o di altro, questa è materia di una imprescindibile discussione di merito.

Pubblicato su Il Foglio di venerdì 12 ottobre

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