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Dal catastrofismo al beota ottimismo

Il buco nero del debito pubblico

Bisogna affrontare i nodi strutturali di un Paese sempre meno competitivo e sempre più indebitato

di Davide Giacalone - 15 ottobre 2008

Nel pieno della bufera sostenevamo che il mercato dei beni reali era in buona salute. Cresciuto, nel mondo, come mai in passato. Ora è tutto un cinguettar d’uccellini giulivi, che parlano d’euforia come ieri il Fondo Monetario Internazionale prevedeva la bancarotta mondiale e le autorità di governo non escludevano la chiusura dei mercati, con una schizofrenia cui merita ricordare che non è stato risolto nessuno dei problemi che hanno scatenato la buriana. E torno a sottolineare che se le banche italiane sono meno esposte, anche perché più provinciali, come sistema Paese siamo espostissimi. Lo siamo perché detentori del più alto debito pubblico pro capite del mondo, e lo siamo perché quella voragine non tiene neanche conto delle cave scavate dagli enti locali, spesso tappate con finanza comunale che contiene il peggio di ciò che ha avvelenato i mercati.

I governi hanno messo la liquidità al servizio di banche sull’orlo del collasso. Questo ha risollevato le borse, fiduciose che la pecunia torni a circolare. Ma gli indici borsistici servono come le indicazioni sulla quantità e qualità della neve: utili se vai a sciare, stupidi ed insulsi se ti trovi a Pantelleria. Non si deve dimenticare che il 70% della ricchezza che si produce deriva non dalla terra o dal manifatturiero, ma dai servizi, un settore in cui la competitività dipende dalla valorizzazione dell’intelligenza e dalla bassa remunerazione del lavoro. L’idea che in Italia si coltivino i campi ed in India gli ingegneri spero faccia abbastanza orrore, ma per evitarlo occorre riscoprire e premiare la meritocrazia. Altro che cortei contro il voto in condotta, colmi di degni figli dei pennuti incoscienti.

Eravamo i più lenti nel crescere, quando la spinta mondiale era forte, siamo i primi a scendere, non appena gli altri rallentano ed il debito si fa più costoso. Non c’è misura congiunturale, né paradisiaca seduta borsistica che possa cancellare il nostro dovere politico e morale di affrontare i nodi strutturali di un Paese sempre meno competitivo e sempre più indebitato. Se ai più piace abbandonarsi alle sensazioni forti del catastrofismo, per poi lasciarsi cullare da un non meno sconclusionato ottimismo, con riprese del fine settimana, che si accomodino pure. Lo spettacolo è garantito, l’irresponsabilità pure.

Pubblicato su Libero di mercoledì 15 ottobre

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Società Aperta è un movimento d’opinione, nato dall’iniziativa di un gruppo di cittadini, provenienti da esperienze professionali e politiche differenti, animati dalla comune preoccupazione per il progressivo declino dell’Italia, già dal lontano 2003, quando il declino dell’economia, almeno a noi, già era evidente come realtà acquisita. L’intento iniziale era evitare che il declino diventasse strutturale, trasformandosi in decadenza. Oltre a diverse soluzioni economiche, Società Aperta, fin dalla sua costituzione, è stata convinta che l’unico modo per fermare il declino sarebbe stato cominciare a ragionare, senza pregiudizi e logiche di appartenenza, sulle cause profonde della crisi economica italiana e sulle possibili vie d’uscita. Non soluzioni di destra o di sinistra, ma semplici soluzioni. Invece, il nostro Paese è rimasto politicamente paralizzato su un bipolarismo armato e pregiudizievole, che ha contribuito alla paralisi totale del sistema. Fin dal 2003 aspiravamo il superamento della fallimentare Seconda Repubblica, per approdare alla Terza, le cui regole vanno scritte aggiornando i contenuti della Carta Costituzionale e riformulando un patto sociale che reimmagini, modernizzandola, la costituzione materiale del Paese. Questo quotidiano online nasce come spin-off di Società Aperta, con lo scopo di raccogliere riflessioni, analisi e commenti propedeutici al salto di qualità necessario