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Public Policy

Non è solo questione di Pil

Il bluff della crescita

Il bilancio dello Stato in ordine garantisce una buona stabilità

di Davide Giacalone - 18 novembre 2011

Angela Merkel ha detto, rivolgendosi a Mario Monti: “l’eurozona conta su di lei”. E fa male. Non perché Monti non meriti fiducia, che, anzi, proprio in queste ore la ottiene: ottima e abbondante. Ma perché il governo italiano ha già agito meglio degli altri europei, portando il bilancio pubblico in avanzo primario. Ci viene rimproverata una crescita troppo bassa, il che è musica per le orecchie di chi, come noi, ripete da anni la tiritera delle riforme, delle liberalizzazioni e delle privatizzazioni, ma evitiamo di prenderci in giro: se si somma alla crescita del pil italiano il differenziale di deficit pubblico primario, ad esempio con la Francia, i livelli si pareggiano. Anzi, sono a nostro vantaggio. Ecco perché la signora Merkel fa malissimo a contare su Monti, giacché il problema non è il governo italiano, ma quello tedesco.

Alziamo lo sguardo sull’orizzonte, o, almeno, un po’ oltre le nostre vicende interne. Quel che vedo è che l’estate scorsa il presidente statunitense è stato massacrato da un congresso che si rifiutava di elevare il tetto al debito pubblico, spingendo il bilancio federale verso la bancarotta. Fu un dibattito lungo e umiliante, che mostrava il lato nascosto di una debolezza istituzionale. In capo alla più grande potenza economica e militare del mondo. Cosa è rimasto di quelle difficili settimane? Nulla. Anzi, gli Usa possono autorevolmente indicare agli europei qual è la via giusta per uscire dalla crisi dei debiti, vale a dire quella che hanno seguito loro: immettere valanghe di moneta sui mercati.

Rivolgiamoci all’altra parte del globo: la Cina vide di buon occhio la nascita dell’euro, è pronta a sostenerlo ed ha in portafoglio molti titoli dei debiti pubblici dell’eurozona. I nostri meno di quelli altrui, il che ci dispiace. Tale atteggiamento non è frutto di benevolenza, ma di convenienza: nel momento in cui la Cina esce dai sui confini e dalla miseria, divenendo protagonista sui mercati globali, gradisce che la valuta di riferimento non sia una sola, per giunta amministrata da chi ha interessi geostrategici potenzialmente non collimanti con i propri. L’euro era una buona alternativa. Guardate un po’ più in basso, nel globo, dove trovate l’Australia: gode di un giudizio tripla A, circa l’affidabilità del proprio debito pubblico; offre tassi d’interesse convenienti; ora gli statunitensi hanno deciso di spedire colà 2.500 marines. Ciò non fa un gran piacere ai cinesi, ma è assai indicativo per gli investitori, mettendo in evidenza una buona occasione, non quotata né in dollari né in euro.

Allora, se ci si guarda in giro cosa si vede? Che l’euro come valuta di riferimento internazionale sta affondando. Se il Fondo monetario internazionale dovesse intervenire a sostegno di uno dei paesi dell’eurozona sarebbe il de profundis. Questa è una partita globale, nella quale l’Europa fa la parte del ricco imbecille. La colpa di ciò ricade prima di tutto su tedeschi e francesi, sulla premiata ditta Sarkel, che ha distrutto un lavoro iniziato dopo la seconda guerra mondiale. I mercati stanno spiegando ai francesi quel che noi scriviamo da mesi: partirà l’attacco contro di loro e, a quel punto, non avendo reagito prima e avendo cercato di fregare gli altri, resteranno senza difese. In quanto ai tedeschi, sarà difficile, un giorno, spiegare ai loro giovani che la grande Germania s’è giocata il ruolo europeo per cercare di far vincere alla Merkel almeno un’elezione provinciale. Senza neanche riuscirci. Un tempo si diceva del “gigante dai piedi d’argilla”, ma l’Europa d’oggi è un obeso decerebrato. Dopo di che, per carità, discutiamo anche del governo italiano e mandiamo in onda l’orrido spettacolo di cancellerie che festeggiano e mercati che se ne fregano. Noi italiani abbiamo solo che da guadagnarne, ha ragione Francesco Profumo a ricordare che la crisi è una meravigliosa occasione per uscire dall’immobilismo inconcludente. Ma se qualcuno crede che tassando gli italiani, e dando i loro soldi alle banche francesi e tedesche, in modo che ci rivendano i titoli del debito pubblico, si arrivi da qualche parte, ebbene, non si tratta di un illuso, ma di un colluso.

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Società Aperta è un movimento d’opinione, nato dall’iniziativa di un gruppo di cittadini, provenienti da esperienze professionali e politiche differenti, animati dalla comune preoccupazione per il progressivo declino dell’Italia, già dal lontano 2003, quando il declino dell’economia, almeno a noi, già era evidente come realtà acquisita. L’intento iniziale era evitare che il declino diventasse strutturale, trasformandosi in decadenza. Oltre a diverse soluzioni economiche, Società Aperta, fin dalla sua costituzione, è stata convinta che l’unico modo per fermare il declino sarebbe stato cominciare a ragionare, senza pregiudizi e logiche di appartenenza, sulle cause profonde della crisi economica italiana e sulle possibili vie d’uscita. Non soluzioni di destra o di sinistra, ma semplici soluzioni. Invece, il nostro Paese è rimasto politicamente paralizzato su un bipolarismo armato e pregiudizievole, che ha contribuito alla paralisi totale del sistema. Fin dal 2003 aspiravamo il superamento della fallimentare Seconda Repubblica, per approdare alla Terza, le cui regole vanno scritte aggiornando i contenuti della Carta Costituzionale e riformulando un patto sociale che reimmagini, modernizzandola, la costituzione materiale del Paese. Questo quotidiano online nasce come spin-off di Società Aperta, con lo scopo di raccogliere riflessioni, analisi e commenti propedeutici al salto di qualità necessario