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Tutto è pronto per la deflagrazione

Il bipolarismo ha perso

Scommettere sul big-bang: questa la via per rinascere

di Paolo Arsena - 26 giugno 2009

È una strana euforia quella che pervade chi, come noi, ha vinto le elezioni senza aver partecipato. Diciamolo pure, il nemico ha perso. Il bipartitismo è sepolto e l’Italia, fuori dai ricatti e dalle coercizioni elettorali, ha mostrato il suo vero volto: plurale, articolato e, non dimentichiamolo, molto scontento.

Scongiurata dunque ogni velleità duopolista di PD e PDL, possiamo tornare a parlare di noi, del nostro futuro. Come coloro che, scampati all’uragano che poteva inghiottirli, rialzano la testa e cercano di capire come ricostruire e irrobustire la propria casa. Quello che ci interessa, di queste elezioni, non è la fotografia dell’esistente, ma la proiezione futura. Questo perché il PRI deve investire sin da oggi sul domani, per posizionarsi strategicamente e non ritrovarsi ad arrancare costantemente nel presente, rincorrendo le evoluzioni della politica con operazioni di cabotaggio asfittico e fittizio. È chiaro che investire nel domani contenga una dose di rischio, e richieda un’iniezione di coraggio. Ma è la sola cosa giusta da fare, per sperare che il “fiume carsico” del repubblicanesimo torni a sgorgare in superficie più vigoroso e vivace di prima.

All’orizzonte si profila il big-bang. E in quest’ottica occorre operare. La forzatura bipolare ha perso la battaglia risolutiva, ha fiaccato il suo slancio e, come un boomerang, ha imboccato la parabola rientrante. Seguiterà ad incalzare, ma il mordente è sempre più fiacco, e a toglierle terreno sono fattori oggettivi. Analizziamo il quadro. Lo scoppio del centrosinistra è già una realtà.

Il PD, nato debole, ha drasticamente ridimensionato la sua consistenza, e non si intravede un recupero, essendo carente di leader nuovi capaci e trainanti, di indirizzi univoci, di un programma riformatore chiaro ed esaustivo. A destabilizzarlo sarà ancor più l’abbaglio strategico su cui si è fondato, che continuerà a dividere i suoi militanti tra realisti e visionari. Senza contare i sotterranei processi disgreganti che prima o poi prenderanno corpo alla luce del sole.

La sinistra estrema, a smentita di chi la dava per morta, ha dimostrato di esserci ancora. Divisa, certo, ma con un peso (parziale e complessivo) che incoraggia a crescere. A darle man forte sarà la stessa crisi economica, coi connotati del precariato sociale e della disoccupazione, e di un sistema mercatista che oggi offre il fianco alla critica. Sul quel versante leader e contenuti non mancano e, pur nello stampo miope e conservatore della proposta, avranno buoni margini per recuperare l’elettorato recentemente perduto.

L’Italia dei Valori è il partito che oggi riassume il malcontento a sinistra. Pesca da entrambi i suoi forni, si gonfia a dismisura, ma resta un partito sovradimensionato. Si potrebbe pensare ad una degenerazione populista del sistema, con Di Pietro alter ego di Berlusconi, nel prossimo futuro. Ma il dualismo non può essere confortato dai diversi rapporti di forza interni ai due schieramenti.

Il trend dipietresco reggerà solo finché l’elettore non troverà strumenti di sfogo più costruttivi o il modo di identificarsi altrove. Dunque a sinistra la disarticolazione è già in atto, e la tendenza andrà verso il rafforzamento e la riorganizzazione di questa pluralità, non certo verso il suo riassorbimento.

Prima di parlare della destra, guardiamo il centro. Casini sta vincendo la sua sfida. Come un Davide contro due Golia, si è frapposto al bipolarismo con insospettata tenacia e coerenza.

E non solo resiste, ma irrobustisce la sua posizione catalizzando, oltre al voto identitario, anche il consenso di chi mal tollera lo schiacciamento bipolare. Oggi l’UdC coltiva la posizione ideale, pronto a raccogliere ulteriori frutti da un big-bang che ha già acutamente calcolato.

Quindi, la destra. È qui il baluardo al grande scoppio. La Lega cresce, e probabilmente potrà crescere ancora. Svolge un ruolo fondamentale a presidio del pluralismo. Ha i numeri e la condizione ottimale per continuare a farlo con incidenza sempre maggiore. Ma un PDL ancora al 35% (ridimensionato, ma pur sempre massiccio) e un Berlusconi solo parzialmente fiaccato e sempre insostituibile come collante, rappresentano ancora una minaccia al cambiamento degli equilibri e un freno alla tendenza in atto.

Il PDL esiste in suo nome. Ha un consolidamento territoriale demandato alla sola Alleanza Nazionale, che conta meno di un terzo. Fini non regge il confronto, e non è capito dal suo elettorato. Senza l’attuale leader, dunque, il PDL uscirà trasformato, quantomeno nei numeri, liberando un pacchetto di voti destinato a rivoluzionare la geografia politica. Tutto è pronto per la deflagrazione, dunque. Ma resiste ancora il Cavaliere. È chiaro pertanto che, uscito di scena Berlusconi, il big-bang esploderà.

Questo è il quadro che si profila tra pochi anni e in cui noi dobbiamo muoverci sin d’ora. L’unico incidente capace di modificarlo è quello di riforme costituzionali che introducano un principio contrario. Cosa possibile, considerata la manifesta volontà di Berlusconi di mettervi mano.

Ma occorre essere realisti. Noi non possiamo restare fermi, in attesa di scenari confortanti e sicuri, delle condizioni ideali e del momento opportuno. Una riforma penalizzante, ci annullerebbe in qualunque condizione, a prescindere da tutto. Dopo anni di immobilismo, un’esitazione ulteriore sarebbe letale, segnerebbe la nostra scomparsa per consunzione. Dunque occorre agire subito. Bisogna scommettere nel big-bang di domani, che è l’unica vera strada per la nostra rinascita.

Ad oggi, quando questo accadrà, il solo partito davvero attrezzato a raccoglierne i frutti in modo stabile e durevole, è l’UdC: una forza con un solido riferimento culturale, un radicamento nel territorio, un leader, una classe dirigente composita e una dialettica plurale. E una rendita di posizione credibile, perché costruita per tempo e consolidata.

Noi potremmo vantare caratteristiche simili, se non avessimo perduto linfa negli anni. Ma non siamo posizionati per intercettare i voti in uscita da destra e da sinistra. Non lo siamo nemmeno per fare una politica originale e visibile. Né per dare un segnale di diversità, di alternativa e, perché no, di novità rispetto all’offerta attuale.

Sì, di novità. Perché a fronte di un imperante nuovismo sciocco, vuoto e di facciata, noi potremmo rappresentare l’intrigante paradosso del “nuovo”: dimostrare che il più antico partito d’Italia rimane una risorsa fresca e sempre attuale per il Paese, per la sua capacità di guardare lontano. È una sfida e una provocazione avvincente, che si può affrontare con un generale rinnovamento del partito.

Il terreno per tutto questo è dunque fuori dal centrodestra, svincolati dai poli, collocati in autonomia, estranei a logiche di alleanze organiche. Dobbiamo scrivere un nuovo inizio. Questa è la grande avventura che i repubblicani, presenti e in sonno, aspettano per ridestare entusiasmi e fiducia. È questa la strada per rivitalizzare il partito sul territorio, ricostruirlo nelle sezioni, in periferia.

Il potenziale è molto più grande di quanto s’immagini: nelle pieghe del voto si nasconde un elettorato fantasma, fluttuante, inquieto, che attende una proposta seria in cui riconoscersi. Ce lo dice l’aumento costante dell’astensionismo. Lo segnala parte dei consensi acquisiti da Bossi e Di Pietro. Lo indica il piccolo exploit di Pannella, mai come oggi espressione del voto di protesta o di ripiego dei senza-terra e dei senza-partito.

C’è un bacino del 12-15% da cui attingere. Puntare anche solo a qualche briciola di questa risorsa, per noi significherebbe vivere e crescere. Cominciamo dunque a ricostruirlo, questo partito. Posizionandolo là dove serve, oltre lo schema bipolare: la migliore novità che sapremo offrire alla politica italiana, sarà la rinascita di un PRI che torni a fare il Partito Repubblicano.

Pubblicato da La Voce Repubblica del 24 giugno 2009

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