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Cosa c’è di buono nei dati Istat

Il 2006 delle pie illusioni

Il pericolo ora sono i conti pubblici. E Bruxelles potrebbe bocciare il cuneo fiscale

di Enrico Cisnetto - 02 marzo 2007

Qualche risultato comincia ad arrivare, ma per uscire dal declino ci vuole ben altro. I dati dell’Istat ci confermano quello che era sotto gli occhi di tutti: l’economia italiana ha ricominciato a dare segni di vitalità, crescendo dell’1,9% nel 2006. L’aumento più alto dal 2000, però, non deve far dimenticare che in massima parte è dovuto al fatto che la locomotiva-Germania ha ripreso a correre, trascinandosi dietro anche il nostro manifatturiero, che dai semilavorati venduti ai tedeschi continua a dipendere fortemente. Negativo, invece, è il rapporto deficit-pil, arrivato ai massimi da dieci anni con quel 4,4%: è vero, infatti, che senza gli oneri straordinari – rimborsi Iva sulle auto aziendali e accollo diretto dei debiti di Infrastrutture spa (12,95 miliardi) per la Tav – si sarebbe scesi al 2,4%, “risparmiando” ben 29 miliardi di euro. Ma è altrettanto vero che quelle voci ci sono, ed è impossibile cancellarle con un tratto di penna. In più, un’altra “botta” potrebbe arrivare dalla bocciatura del cuneo fiscale da parte della Ue – ieri è arrivata una parziale smentita da Bruxelles, ma la questione è più che mai aperta – a causa dell’esclusione delle aziende di servizi essenziale e quelle che operano su concessione dal provvedimento. Ecco perché fa bene il ministro Padoa-Schioppa a ricordare che l’allarme sui conti pubblici non è per nulla finito, anche se la conseguenza sarà il permanere dell’attuale pressione fiscale – in aumento dell’1,7% nel 2006 fino a raggiungere il tetto del 42,3% – nonostante che qualcuno nel governo si sia spinto a promettere il contrario.

Ma la condizione di fondo dell’economia italiana non cambia per qualche numero positivo. Per esempio, non è per nulla vero come ha azzardato Prodi al Senato che con questo piccolo balzo in avanti del pil si sia ridotta la differenza di crescita con gli altri paesi dell’Unione Europea. Perché è vero che questo risultato è sensibilmente migliore di quello del 2005, ma continua ad essere inferiore alla media del Vecchio Continente. Che l’anno scorso è cresciuto al 2,7%, così come nel 2005 era arrivato all’1,7%. Quindi, al massimo in Europa è diminuita la tendenza a crescere più di noi, ma non le distanze che ci separano dai nostri partner. E poi basta guardare i dati del commercio estero per rendersi conto della situazione: nel 2006 siamo stati nella paradossale situazione di godere di un raddoppio del tasso di incremento del nostro export ma di dover anche registrare il peggior risultato della bilancia commerciale dal 1993. Questo perchè, da un lato, l’export cresce in valore e non in volumi – il che significa che solo una parte del nostro apparato produttivo si è riconvertita – mentre dall’altro siamo ancora troppo esposti ad un eccesso di import a prezzi alti, a cominciare dal settore dell’energia. Limiti, questi, che solo le grandi riforme strutturali possono farci superare.

Senza considerare che nell’economia globalizzata di oggi è scarsamente significativo continuare a confrontarsi con se stessi. Quello che conta è misurarsi con i paesi che corrono di più. E se è vero che noi, vecchia Europa, siamo destinati ad inseguire l’Asia in fuga e gli Usa super-tecnologizzati, si tratta di capire chi riesce a farlo meglio. Così mentre la Germania comincia a portare a casa risultati, riformando il proprio capitalismo anche a costo di “lacrime e sangue” (i 5 milioni di disoccupati di qualche tempo fa, che oggi sono scesi a meno di 4), il nostro Paese è rimasto al palo. Bloccato da un’economia malata di nanismo imprenditoriale e refrattaria al cambiamento, e da una classe dirigente a cui manca un progetto di politica industriale. Per uscire dalla stasi che si protrae da più di dieci anni, c’è bisogno una convergenza tra le forze politiche riformiste e le categorie produttive e sociali più sensibili al rilancio del Sistema-Paese, un’intesa che consenta di affrontare finalmente i nodi che bloccano la crescita italiana. Prima che sia troppo tardi.

Pubblicato su la Sicilia di Venerdi 2 Marzo

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