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Dopo il referendum sull'indipendenza

I veneti vanno presi sul serio

Più che un ceffone mollato all’Italia, il risultato esprime il rigetto dell’inconcludenza della politica, anche locale

di Davide Giacalone - 24 marzo 2014

Quel che succede in Veneto va preso molto sul serio. Che è l’opposto di trascurarlo e tacerlo, ma anche di esaltarlo senza esaminarne i contorni e le conseguenze. Non è un referendum, né un plebiscito. Il numero dei votanti e il conteggio dei voti espressi ha la stessa legittimità di altre consultazioni autogestite e non garantite, ma non è questo il punto. Un numero enorme di veneti, che ogni giorno passano per via La Marmora o piazza Cialdini, ha lanciato un urlo indipendentista. Si può vederci un ceffone mollato all’Italia. Io ci vedo il rigetto dell’inconcludenza politica, del fiscalismo satanico, del burocratismo demenziale. Degenerazioni cui, del resto, la classe politica veneta ha preso attivamente parte, senza distinguersi dalle altre provenienze.

Questa roba va presa sul serio, prima di tutto perché ha ragione sull’aspetto decisivo: non ha alcun senso continuare a trasferire ricchezza da chi la produce a chi la spreca; dai consumi privati, che sono anche libertà, alla spesa pubblica corrente e dilagante, che rattrappisce la libertà. Ma attenti alla confusione e alle contraddizioni, che espongono al rischio che le ragioni divengano torti, o, almeno, finiscano col fiaccarsi.

La prima è la più importante: le richieste d’indipendenza territoriale, in Europa, crescono, fondate su ragioni storiche, linguistiche o economiche; crescono perché perdono ruolo gli stati nazionali, dentro i quali s’è organizzata la storia di tre secoli europei; e gli stati nazionali perdono peso e si scollano perché è andato avanti il processo d’integrazione europea. Gli indipendentisti scozzesi, checché se ne pensi della loro battaglia, chiedono di aderire all’Unione europea e di trovarsi dentro la Nato. Il che è del tutto logico e ragionevole. Non lo è, invece, cavalcare l’indipendentismo e l’antieuropeismo, perché incompatibili fra di loro.

E’ l’Ue ad avere declassato gli stati (ammesso che il processo d’integrazione non rinculi) a entità più amministrative che politiche, il che consente una ridefinizione delle autonomie, naturalmente amministrative e non politiche. Tant’è che il suo progredire ha fatto crescere questo genere di richieste. Negare sia lo Stato nazionale che l’Ue può essere una trovata propagandistica, ma diretta a gente di bocca buona e poco dotata di spirito critico, giacché non ha senso alcuno.

In quanto ai trasferimenti fiscali, ovvero al prelievo di ricchezza da una parte per portarla da un’altra, ci si deve intendere: tutta la fiscalità funziona in questo modo, né si conosce luogo ove non la si pratichi. Da noi ha raggiunto livelli intollerabili, ed è il problema collettivo, ma attenti a non usare contro l’Ue l’argomento dello squilibrio tedesco, per poi riprodurlo tale e quale all’interno. E nel fare i conti di chi paga per chi, inoltre, occorre mettersi d’accordo sul lasso temporale: il Veneto era una delle aree più povere d’Italia, la sua crescita è dovuta all’operosità, certamente, ma anche ai trasferimenti, alimentati pure dal debito. Da troppo tempo il flusso viaggia in senso contrario, e questo è un dato da correggere, diminuendo la spesa pubblica e abbattendo il debito. E occhio a credere che in molti settori, dalla giustizia alla sicurezza, chi fa da sé fa per tre, perché rischia di fare per nuove corporazioni e pagarle il triplo.

Infine, si eviti ogni confronto con la Crimea. Perché al di là di tante altre differenze, resta il fatto che lì hanno fatto l’esatto opposto: non si sono pronunciati per l’indipendenza dall’Ucraina, ma per la dipendenza dalla Russia. Si sono annessi a un maxi-Stato, adottandone la moneta (che per loro resterà moneta straniera, non governandola).

So bene che la fregola porta a volere sapere se sei a favore o contro, da che parte stai. Così si risparmia la fatica del ragionare e si passa alla lussuria del giudicare. Questo, appunto, è prendere in giro i veneti (quelli che si sono veramente espressi per l’indipendenza, e sono tanti). Siccome, invece, vanno presi sul serio, e siccome credo abbia molta ragione Giuliano Zulin, il quale ha scritto che il consumarsi di Berlusconi e Bossi fa cadere l’argine e straripare il fiume dell’insofferenza e del rifiuto, sarà bene fare i conti con quei sentimenti, non risparmiandosi sui costi dei risentimenti. Se la politica esistesse oggi dovremmo vedere in Veneto i capi dei partiti, impegnati ad ascoltare e spiegarsi. Li vedremo in televisione, affannati a salvarsi.

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Società Aperta è un movimento d’opinione, nato dall’iniziativa di un gruppo di cittadini, provenienti da esperienze professionali e politiche differenti, animati dalla comune preoccupazione per il progressivo declino dell’Italia, già dal lontano 2003, quando il declino dell’economia, almeno a noi, già era evidente come realtà acquisita. L’intento iniziale era evitare che il declino diventasse strutturale, trasformandosi in decadenza. Oltre a diverse soluzioni economiche, Società Aperta, fin dalla sua costituzione, è stata convinta che l’unico modo per fermare il declino sarebbe stato cominciare a ragionare, senza pregiudizi e logiche di appartenenza, sulle cause profonde della crisi economica italiana e sulle possibili vie d’uscita. Non soluzioni di destra o di sinistra, ma semplici soluzioni. Invece, il nostro Paese è rimasto politicamente paralizzato su un bipolarismo armato e pregiudizievole, che ha contribuito alla paralisi totale del sistema. Fin dal 2003 aspiravamo il superamento della fallimentare Seconda Repubblica, per approdare alla Terza, le cui regole vanno scritte aggiornando i contenuti della Carta Costituzionale e riformulando un patto sociale che reimmagini, modernizzandola, la costituzione materiale del Paese. Questo quotidiano online nasce come spin-off di Società Aperta, con lo scopo di raccogliere riflessioni, analisi e commenti propedeutici al salto di qualità necessario