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L’ingloriosa fine della Seconda Repubblica

I tre veleni che soffocano il Paese

Per risolvere l’emergenza Italia occorre voltare pagina con riforme istituzionali

di Enrico Cisnetto - 11 gennaio 2008

Confesso che quando ho letto il fondo con cui l’amico Pigi Battista decretava per conto del Corriere della Sera la fine (ingloriosa) della Seconda Repubblica, sepolta dalla spazzatura napoletana, non sapevo se sorridere compiaciuto o se piangere disperato. Ma come, ci voleva la monnezza – ultimo, tragico epilogo di un fallimento epocale, ma pur sempre solo la goccia che ha fatto traboccare il vaso – per rendersi finalmente conto di quanto sia stato esiziale per questo benedetto Paese il regime politico che 15 anni fa non solo ha sepolto la Prima Repubblica, ma ne ha anche preteso la condanna morale? Io non appartenevo a quel ceto politico – mi sono limitato ad una militanza giovanile nel Pri di Ugo La Malfa – ma fin dal primo momento mi sono ribellato al modo con cui si è scritta, in questo lungo, interminabile quindicennio, la pagina di storia nazionale che impropriamente abbiamo chiamato Seconda Repubblica.

Avrei potuto godere dei benefici di cui molti (troppi) hanno abusato – iscrivendomi alla “casta” della politica o ciucciando allegramente alla tetta del mondo intellettuale – e invece sono uscito dalla corporazione giornalistica per fare l’imprenditore di me stesso e ho fondato Società Aperta anziché indossare la maglietta del parlamentare asservito ai partiti padronali. Per questo, io e qualche amico siamo sempre stati soli quando per primi abbiamo indicato il pericolo del declino economico e del degrado sociale e civile del Paese, quando abbiamo denunciato il default della giustizia penale e civile, quando abbiamo parlato della crisi del bipolarismo all’italiana e del nostro pletorico sistema istituzionale basato su di un fallimentare federalismo, quando abbiamo indicato nella costruzione di una Terza Repubblica, cui accedere attraverso un’Assemblea Costituente che ne scriva le regole, il progetto di salvezza e rilancio dell’Italia. Gli altri, i più, erano impegnati invece a tessere le lodi di una democrazia finalmente dell’alternanza per giustificare la loro appartenenza, spesso meschinamente implicita, all’uno o all’altro dei due schieramenti del nostro smandrappato bipolarismo. O, nel caso fossero magistrati, erano intenti a difenderla cercando di scoprire, d’intesa con i giornali, quali fossero le pratiche sessuali di questo o quel potente di turno.

Ma tutto ha un limite, e ora le tonnellate di rifiuti che rendono molte aree della Campania simili alle bidonville africane servono – almeno questo – a comminare quella condanna della storia che viltà e ipocrisia hanno ritardato fino a oggi. Forse perchè è finalmente chiaro che il problema vero non è rappresentato dai cumuli di spazzatura – che pure non sarà facile rimuovere – ma dalla totale perdita di sovranità da parte dello Stato. Certo, altre volte pezzi di territorio o gangli del sistema-paese erano apparsi privi di legalità, ma ogni volta ci si era “consolati” attribuendone la responsabilità a qualche “nemico”, fosse la criminalità organizzata o la corruzione politica e amministrativa. Ma mai come in questo caso si era reso evidente anche agli occhi dei più orbi che la perdita di sovranità è figlia di un sistema politico malato, incapace di mantenere la legalità, di imporre l’ordine pubblico, di assumere decisioni. E più che la spazzatura, a testimoniarlo è la nomina del terzo commissario straordinario in pochi mesi, cui una classe politica inetta cede il cerino acceso di una questione che da 15 anni non ha saputo minimamente affrontare. Politica che, di fronte all’emergenza (si fa per dire, visto da quando dura), assume il cipiglio decisionista, chiamando un tecnocrate cui fa finta di delegare un’autorità che in realtà non c’è più. E non ci si venga a dire che è colpa della camorra, perchè essa vive e prospera proprio in virtù di una classe politica che, per ignavia o per collusione, non è capace di affrontare e risolvere i problemi.

Dunque, bene il Corriere che fischia la fine della Seconda Repubblica – ci ho messo un po’, ma alla fine ho deciso di sorridere – ma a patto che si chiamino le cose con il loro nome. In Campania non si sta consumando il dramma dei rifiuti con il loro carico di veleni, ma quello di uno Stato che non esercita più neppure i suoi poteri più elementari. I quali gli sono stati erosi da almeno tre pericolosissime “diossine”: il lassismo-buonismo-giustificazionismo come cultura imperante, che ha esaltato i diritti cancellando i doveri; il federalismo come idea di organizzazione dello Stato, che ha frantumato il potere e moltiplicato il diritto di veto; il bipolarismo coatto e armato come sistema politico con cui governare, e che ha solo prodotto “non governo”. Di conseguenza, è soltanto mettendo in discussione – senza se e senza ma – questi “veleni”, che si può tentare di risolvere la “emergenza Italia”. Dunque, caro Battista, da domani via con una bella “campagna” sul fallimento del federalismo, sulle balle raccontate in questi anni sulle virtù di sindaci e governatori – altro che il “sindaco d’Italia” come modello elettorale e istituzionale! – sulla retorica della “democrazia dal basso”, e a favore della necessità di abolire province e comitati di quartiere e di dimezzare il numero dei comuni e delle regioni. E via con una battaglia a favore dell’Assemblea Costituente come strumento per fare in modo che la Terza Repubblica, la cui stagione è ormai virtualmente aperta, non si riduca presto a “puzzare” come la Seconda, morta soffocata dai miasmi della spazzatura, reale e politica, che essa stessa ha prodotto. Io ci sono.

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Terza Repubblica è il quotidiano online fondato e diretto da Enrico Cisnetto nato nel 2005 dall'esperienza di Società Aperta con l'obiettivo di creare uno spazio di commento indipendente e fuori dal coro sul contesto politico-economico del paese.