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I dolori del “giovane” segretario del Pd

I soliti errori sinistri

La maledizione che impedisce alla sinistra d’essere forza indirizzata al cambiamento del Paese

di Davide Giacalone - 27 gennaio 2010

Pier Luigi Bersani ha messo la testa nel cappio, ed ora lo accomoda come fosse una cravatta. La botta giunta dalla Puglia s’è fatta sentire, ma ribadire e rafforzare l’alleanza con l’Italia dei Valori, considerandola strategica, equivale a non aver compreso un rischio costantemente presente nella storia della sinistra italiana: non appena si accetta la presenza di estremisti e massimalisti, questi asfissiano la sinistra riformista, prendendo la guida del fronte.

Massimo D’Alema aveva abbozzato una via ben diversa: dialogo con l’Unione di Centro, ricerca di una posizione moderata, apertura alle riforme condivise, in modo da non rassegnarsi all’estremismo preconcetto, che impedisce di pescare nell’elettorato degli avversari. E’ stato sconfitto all’interno, ed ora Bersani si consegna ostaggio di quelle stesse forze che impediranno ogni futura vittoria. Veramente, come abbiamo già scritto, la sinistra è prigioniera, inchiodata fra la toga e la pompa (quella della Bonino). Ed è un disastro.

La maggioranza di governo ha compattamente votato per D’Alema, che diventa presidente del Copasir all’unanimità. Trovarsi a capo della commissione parlamentare incaricata di sorvegliare i servizi segreti, ed arrivarci con una tale indicazione politica, sarebbe dovuta essere l’indicazione di un possibile cammino politico. Un passo sulla via delle riforme, una scelta utile a giocare il resto della legislatura senza l’obbligo propagandistico delle contrapposizioni sterili. Ma la sinistra ha consegnato un D’Alema tramortito, ha provveduto essa a togliergli spazio e forza politica, talché quella presidenza potrebbe anche essere, dopo la non riuscita scalata all’esecutivo europeo (anche in quel caso con l’appoggio del governo), un avviso di prepensionamento.

La vicenda personale di D’Alema sembra, allora, incarnare la colpevole maledizione che impedisce alla sinistra d’essere forza indirizzata al cambiamento e alla modernizzazione del Paese. Egli è uno dei politici più capaci ed intelligenti, non solo del proprio schieramento, ma dell’intera scena parlamentare. Ha professionalità e sa che la politica costruisce, nel presente, la storia. Fu fra i primi, e fra i pochi, che sentì lo sfregio delle inchieste giudiziarie contro la politica, e, in quel caso, la sua formazione comunista lo aiutò a vedere il pericolo insito nel sovvertimento della gerarchia democratica. Ma non ebbe abbastanza forza e coraggio per farsi valere, prevalse in lui la voglia di continuare la navigazione, senza infrangersi sugli scogli dei principi e senza arenarsi nelle secche dell’isolamento.

Aveva capito, prima, la necessità dell’accordo con i socialisti, riconoscendo in Bettino Craxi la stoffa della sinistra riformista, ma aveva poi lasciato correre, non ritenendo necessario difendere quel tessuto nel momento in cui veniva sbranato. Rimase a metà, fra l’essere comunista e l’essere un protagonista della democrazia. Si accorse che Berlusconi non era un fenomeno plastificato, comprese la natura profonda e la radice solida di un’esperienza politica cui s’indirizzavano la maggioranza degli elettori, ma non seppe essere conseguente fino in fondo, ripetutamente contando che qualcun altro s’incaricasse di rimuovere il problema. Giunse giovane alla presidenza del Consiglio, con una costruzione tattica che resta il suo capolavoro, ma perse in fretta la visione strategica è si mise a ruzzare con le privatizzazioni come un generale incapace poteva giocare con i soldatini.

Ne ricavò una pagina vergognosa, la scalata a Telecom Italia, che presto mise in mostra due pericolose verità: non solo mancava la preparazione culturale per essere sinistra di governo, ma anche sul terreno degli affari lo fecero fesso, portando via, sotto il suo naso, la gran parte del malloppo.

E’ stato dipinto come cinico, prepotente, chiuso, determinato, machiavellico. E’ stato considerato un uomo di potere. Poi s’è visto che un Vendola qualsiasi può organizzare un cammellaggio elettorale tale da umiliarlo sulla pubblica scena. Massimo D’Alema, a me sembra, è un uomo di qualità, anche umana, che non è stato all’altezza di due compiti decisivi: chiudere la storia, pessima, del comunismo ed aprire quella della sinistra di governo. Al contrario di altri, ha valutato con realismo la condizione e ha visto la possibile meta, ma non ha saputo correre abbastanza.

Giornalisti e commentatori che si sentono vicini al centro destra, in queste ore, lo hanno rimesso sullo spiedo, nel mentre il centro destra stesso lo votava al Copasir. Gli hanno messo nel conto, non sbagliando, lo sfascio della sinistra, l’autodistruzione di quel disegno abborracciato e mal riuscito del Partito Democratico, affetto dalle due più grandi arretratezza del secolo scorso: il dossettismo e il centralismo. Credo siano critiche fondate, ma trovo stonato un sovrappiù di soddisfazione. Non ho mai risparmiato critiche a D’Alema, quando ho creduto le meritasse, ma vedo cos’è la sinistra che gli sfugge di mano, vedo quel che succede ad un capo debole, Bersani, quando si ritrova a non saper dominare le guerre intestine e si mette al rimorchio di radicalismi e massimalismi. L’elefante che ha paura del sorcio, che barrisce scomposto e provoca sconquassi. Prendete un libro di storia, rileggete i capitoli in cui il massimalismo, nella sinistra, ha messo fuori gioco il riformismo, e constatate che l’Italia non ci ha mai guadagnato. Chiudete il libro, guardatevi attorno, e toglietevi dalla testa che il centro destra d’oggi abbia la forza, culturale e politica, per evitare i guai rinunciando alla sponda del riformismo di sinistra.

Auguro a D’Alema di non restarsene tranquillo al Copasir e di trovare la forza interiore per non rimanere prigioniero del falso potere, come già gli accadde. Spero che il voto unanime lo restituisca alla politica, incaricandolo di cancellare le peggiori tentazioni sinistre, correndo i rischi connessi al combattere il massimalismo. Ha avuto molto, dalla Repubblica, non s’accontenti della pensione.

Pubblicato da Libero

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