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Il Pil italiano e i mercati internazionali

I ritardi dell’Italia dei decaloghi

Rallentamento Usa e crollo di Shangai sono occasioni. Che il governicchio italiano perde

di Davide Giacalone - 01 marzo 2007

A furia di raccontar fanfaluche sulla ripresa economica, con il governo che millanta l’esistenza di un imprevisto buco nei conti pubblici ed incassa il boom delle entrate fiscali, con tutti gli occhi rivolti al solo dato del prodotto interno lordo, senza neanche far la fatica di confrontarlo con gli altri Paesi europei, a furia, quindi, di litigare nel cortiletto facendo finta d’essere dominatori dell’economia mondiale, non ci s’accorge di quel che succede fuori dall’uscio di casa. Il crollo della borsa di Shanghai ha conquistato le prime pagine, ma i valori di quel mercato restano altissimi e non preludono ad alcun collasso produttivo. Piuttosto preoccupano le parole di Alan Greenspan, che se anche non dovesse azzeccarci sulla recessione statunitense, comunque evidenziano un rallentamento della crescita in quel Paese. Quella debolezza si rifletterà sull’Europa, date le forti interconnessioni fra i due mercati. Il mercato s’ammoscia, dunque. E ora torniamo nel cortiletto. Grandi festeggiamenti per un pil italiano vivace nel 2006. Ma a veder bene il pil medio europeo cresce di più, e l’insieme dell’area ha vissuto un 2006 frizzante. A veder meglio il differenziale di crescita, fra l’Italia e gli altri, è rimasto sostanzialmente invariato (pur perdendo di peso percentuale). Morale: siamo in fondo alla fila e se è vero che acceleriamo è anche vero che quelli avanti accelerano di più. Festeggiando non solo facciamo finta di non veder crescere la distanza relativa, quindi diminuire il nostro peso in un mercato mondiale che da anni cresce alla grande, ma ci dimentichiamo di avere un debito enormemente più alto degli altri. Nel cortiletto, poi, c’è un governicchio che annuncia di voler spezzare le reni a questo o quel problema, ma programma marce indietro in quegli stessi settori dove si dovrebbe andare assai avanti, come per esempio le pensioni. Mentre non si spende una parola sul tema della produttività e neanche si possono discutere quei provvedimenti, anche sul lato del lavoro, che hanno consentito all’economia tedesca di riprendere la corsa. L’annuncio del rallentamento statunitense segnala il chiudersi della finestra temporale nella quale molte riforme potevano farsi senza pagare altissimi costi sociali. Ma qui ci s’occupa del dodecalogo prodiano, cioè del nulla.

www.davidegiacalone.it

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Società Aperta è un movimento d’opinione, nato dall’iniziativa di un gruppo di cittadini, provenienti da esperienze professionali e politiche differenti, animati dalla comune preoccupazione per il progressivo declino dell’Italia, già dal lontano 2003, quando il declino dell’economia, almeno a noi, già era evidente come realtà acquisita. L’intento iniziale era evitare che il declino diventasse strutturale, trasformandosi in decadenza. Oltre a diverse soluzioni economiche, Società Aperta, fin dalla sua costituzione, è stata convinta che l’unico modo per fermare il declino sarebbe stato cominciare a ragionare, senza pregiudizi e logiche di appartenenza, sulle cause profonde della crisi economica italiana e sulle possibili vie d’uscita. Non soluzioni di destra o di sinistra, ma semplici soluzioni. Invece, il nostro Paese è rimasto politicamente paralizzato su un bipolarismo armato e pregiudizievole, che ha contribuito alla paralisi totale del sistema. Fin dal 2003 aspiravamo il superamento della fallimentare Seconda Repubblica, per approdare alla Terza, le cui regole vanno scritte aggiornando i contenuti della Carta Costituzionale e riformulando un patto sociale che reimmagini, modernizzandola, la costituzione materiale del Paese. Questo quotidiano online nasce come spin-off di Società Aperta, con lo scopo di raccogliere riflessioni, analisi e commenti propedeutici al salto di qualità necessario