ultimora
Public Policy

Un sentimento nato con il berlusconimo

I rischi dell’antipolitica

Le scorciatoie tecnocratiche non bastano per società complesse come quella italiana

di Elio Di Caprio - 17 luglio 2006

Non c"è dubbio che il lungo periodo del berlusconismo si sia alimentato, almeno all"inizio, di un sentimento generale antipolitico. L"intervento “rivoluzionario” e supplente della magistratura all"inizio degli anni "90, con Tangentopoli, non a caso è nato proprio nel vuoto e nell"impotenza della politica, con l"estrema sinistra intenta a cavalcare la crisi del sistema partitico di allora per proporsi come unica alternativa.
Ma poi l"antipolitica ha premiato a lungo termine più la destra, o quella che si presenta come tale, che non la sinistra.
Se da noi l"emersione qualunquista di un sentimento antipolitico è stata il logico risultato dei danni prodotti dalla partitocrazia della “Prima Repubblica”, bisogna però riconoscere che la ventata di sfiducia nelle classi dirigenti non è limitata al caso italiano, ha investito e ancora investe società e popoli europei con altre storie alle spalle.
La Grande Coalizione, a cui sono stati obbligati i grandi partiti in Germania, è stata il modo migliore, forse l"unico possibile, per tamponare la crisi della rappresentanza politica, lì evidenziata da un risultato elettorale paritario (come da noi) che avrebbe condotto ad un immobilismo senza precedenti. Ma il suo carattere d"emergenza è stato presto dimenticato in nome del bene della stabilità e della solidità di governo da tutti ritenuta indispensabile.
C"è crisi di rappresentanza politica nella vicina Francia, esposta come non mai e più di noi, alle spinte centrifughe delle frange estreme di destra e sinistra.
Non siamo dunque soli : e" evidente che il disinteresse generalizzato delle nuove generazioni verso la politica, come risolutrice dei problemi della collettività, è un portato dei tempi cambiati e della difficoltà a tenere insieme gli interessi e le aspettative dei vari gruppi sociali che rifiutano di essere organizzati secondo canoni ideologici non più validi.
Ma il trionfo dell"antipolitica non fa bene a nessuno a lungo termine, specie in società complesse come la nostra.
La tentazione tecnocratica che si riaffaccia sempre nei periodi di crisi, non è un"alternativa valida, non si può fare a meno dei compromessi e dei condizionamenti del vivere sociale mediati dalla politica.
Lo stesso governo Prodi , nei suoi primi atti di politica interna, si è visto costretto ad appoggiarsi e a chiedere la supplenza dell"antipolitica, pur di non mettere in luce la fragilità e le contraddizioni della sua maggioranza. Ora sono le Autorità indipendenti, create a suo tempo con l"intento di far prevalere i neutri interessi generali su quelli di partito, ad indicare “tecnicamente” le soluzioni più adeguate per introdurre nel nostro Paese maggiore concorrenza. Sono loro al momento a togliere le castagne dal fuoco per conto di Prodi e Bersani. Chi potrebbe mai opporsi ad un potere autoreferenziale, per definizione obbiettivo come l"Autorità dell"Antitrust, rimasta peraltro sempre inascoltata da chi decide?
Ma all"apparire delle prime difficoltà nell"attuazione delle prime liberalizzazioni, dai taxi agli avvocati, non è poi tanto sorprendente che un “tecnocrate dell"economia” come Giacomo Vaciago giunga a chiedersi (vedi il “Sole 24 ore” di qualche giorno fa ) “come si può trasformare una diagnosi condivisibile e condivisa in una strategia di riforme che si realizza nell"interesse di tutti e di ciascuno ?... per questo in Germania si è ricorsi ad un Governo di ampia coalizione...” .
Ecco, appunto: lì la politica ha avuto il coraggio di non farsi espropriare dai suoi compiti principali, proponendo essa stessa nuove soluzioni a società altrimenti ingovernabili.
In Italia invece la Grande Coalizione è un inciucio per definizione: meglio dedicarsi a smontare i provvedimenti dei governi precedenti per dimostrare che tira un"aria nuova. Le scelte che costano verranno dopo.
Costa anche scegliere cosa fare delle riforme costituzionali dopo i risultati dell"ultimo referendum. Come riprendere il filo interrotto? Non certo facendo a meno della politica : la revisione della Costituzione è una cosa troppo seria per lasciarla in mano ai soli costituzionalisti e giuristi alla Sartori, pronti a spaccare il capello in quattro, ma poi impotenti ad offrire soluzioni adeguate per un nuovo punto e a capo.
Per costoro l"Assemblea Costituente non va bene, la Convenzione eletta dai parlamentari per procedere a modifiche in un ambito concordato nemmeno, meno male che la riforma “federalista” del centrodestra non è andata in porto, però la famosa riforma del titolo V della Costituzione, ancora vigente, andrebbe pur sempre rivista....
Ma quando la politica italiana, con o senza Grande Coalizione, si riapproprierà delle sue funzioni principali, pur nei tempi mutati, per assicurare, oltre la coesione sociale, un minimo di stabilità futura e di scelte condivise?

Social feed




documenti

Test

chi siamo

Terza Repubblica è il quotidiano online fondato e diretto da Enrico Cisnetto nato nel 2005 dall'esperienza di Società Aperta con l'obiettivo di creare uno spazio di commento indipendente e fuori dal coro sul contesto politico-economico del paese.