ultimora
Public Policy

Errori e incompetenze nelle telecomunicazioni

I ricchi demolitori di Telecom

Manager ben pagati che non hanno saputo operare in un settore destinato ad operatori stranieri

di Davide Giacalone - 12 maggio 2008

Anche senza che Visco esponesse, illegittimamente, i redditi nella vetrina telematica, già sapevamo che ci sono manager davvero molto pagati. In Telecom Italia se ne trovano parecchi che portano via carriolate di quattrini, nel mentre la società perde quote di mercato, fatturato e valore in borsa. E forse è anche un bene, specie se l’agiatezza li spingerà a riprendere gli studi storici. Però, c’è qualche cosa che davvero non quadra. Ho raccontato il come ed il perché la privatizzazione di Telecom era stata fatta in modo tale da bruciare ricchezza, che si doveva agli italiani. La sinistra, che ha scoperto il liberismo come taluni scoprono troppo tardi le gioie del sesso, rispondeva: vale la legge del mercato, decide il mercato, chi non lo capisce è antiquato e statalista. Statalisti noi? Le cose sono andate come prevedevamo, compreso il fatto che le telecomunicazioni italiane sono grandemente in mano ad operatori stranieri e si candidano ad esserlo totalmente.

Ho raccontato il fatto e l’antefatto del perché in Brasile si stavano sperperando (e forse rubando) i soldi della società. Le varie dirigenze rispondevano: non capisci niente dei mercati mondiali, quelle sono grandi occasioni. Grandi lo erano, ma cretinate. Sempre a volere essere generosi. Scrivemmo che il servizio cellulare da solo, nel più grande Paese dell’America Latina, avrebbe presto perso un vantaggio che era solo apparente. Ma quando mai! dicevano, quella è la gallina dalle uova d’oro, è il futuro. Di aureo, però, c’erano solo le spese, mentre l’assenza di strategia muove il futuro al brutto. Quando Tronchetti Provera ed Olimpia uscirono di scena, sconfitti dai loro errori (fatti penali a parte) e da ingiustificabili ingerenze politiche, vidi che l’equilibrio di Telco sarebbe durato poco e che la maggioranza agli spagnoli si sarebbe trasformata in loro dominanza industriale e finanziaria. Ci siamo. Non voglio una lira, ma spiegatemi perché sono diventati ricchi tutti quelli che non ci hanno capito niente. Oggi siamo al bivio: o si crea un serio gruppo multimediale nazionale, cogliendo tutte le sinergie della comunicazione digitale, oppure si consegna il giocattolo a chi sa come funziona. La peggiore è la terza via: cercare di conservare privilegi e soldi a piovere, fin quando tutto sarà perso.

Pubblicato su Libero di domenica 11 maggio

Social feed




documenti

Test

chi siamo

Società Aperta è un movimento d’opinione, nato dall’iniziativa di un gruppo di cittadini, provenienti da esperienze professionali e politiche differenti, animati dalla comune preoccupazione per il progressivo declino dell’Italia, già dal lontano 2003, quando il declino dell’economia, almeno a noi, già era evidente come realtà acquisita. L’intento iniziale era evitare che il declino diventasse strutturale, trasformandosi in decadenza. Oltre a diverse soluzioni economiche, Società Aperta, fin dalla sua costituzione, è stata convinta che l’unico modo per fermare il declino sarebbe stato cominciare a ragionare, senza pregiudizi e logiche di appartenenza, sulle cause profonde della crisi economica italiana e sulle possibili vie d’uscita. Non soluzioni di destra o di sinistra, ma semplici soluzioni. Invece, il nostro Paese è rimasto politicamente paralizzato su un bipolarismo armato e pregiudizievole, che ha contribuito alla paralisi totale del sistema. Fin dal 2003 aspiravamo il superamento della fallimentare Seconda Repubblica, per approdare alla Terza, le cui regole vanno scritte aggiornando i contenuti della Carta Costituzionale e riformulando un patto sociale che reimmagini, modernizzandola, la costituzione materiale del Paese. Questo quotidiano online nasce come spin-off di Società Aperta, con lo scopo di raccogliere riflessioni, analisi e commenti propedeutici al salto di qualità necessario