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L’appetibilità dei titoli del Tesoro

I nuovi Bot people

Come la crisi sta cambiando l’economia

di Enrico Cisnetto - 13 luglio 2009

I nuovi bot people? Hanno i colletti bianchi. Non c’è dubbio che alla base del clamoroso boom degli ultimi collocamenti dei Bot non ci sia solo il classico risparmiatore indeciso tra Borsa, fondi e “mattone”. La maggior parte degli ordini di acquisto che hanno portato a un successo senza precedenti per le aste di venerdì scorso (richieste per oltre 10 miliardi su una offerta di 4,5 per i titoli a tre mesi, domanda di 12,7 per “soli” 8 miliardi disponibili per quelli annuali) provengono infatti dai cosiddetti investitori istituzionali, in prevalenza fondi e banche.

Ma per quale motivo i gestori dei capitali si rivolgono ai titoli di Stato, pur in presenza di tassi virtualmente vicini allo zero? Come possono essere appetibili investimenti che rendono lo 0,86% lordo e lo 0,46% netto (a 12 mesi) e addirittura lo 0,49% lordo e lo 0,04% netto (trimestrali)? Le ragioni sono diverse, e hanno tutte a che fare con l’incertezza.

La prima è che in circolazione c’è una vera e propria valanga di liquidità, destinata soprattutto proprio alle banche. Alle quali la Bce non ha smesso di far sentire il suo sostegno: anche la scorsa settimana ha inondato il mercato con 442 miliardi a scadenza 1 anno, a un tasso passivo di appena l’1%.

Dove riversare, dunque, tutta questa liquidità? Non certo in Borsa, vista l’alta volatilità: per capire cosa succederà al mercato azionario bisognerà attendere la stagione delle trimestrali Usa, che daranno il “tono” dell’intero anno. Logico quindi che abbia prevalso il “wait and see” che ha portato a fare man bassa di titoli del Tesoro, considerati più liquidi e meno sensibili al rischio-inflazione di quelli a scadenza maggiore.

Ma se a livello micro se ne ricava che i Bot hanno sostituito i pronti contro termine, che contengono il “rischio banche”, non meno interessanti sono le implicazioni di questa novità a livello macro. Intanto, perché si tratta di un segnale dell’esistenza di quella che in economia si chiama “trappola della liquidità”:

regna un’incertezza talmente alta che, anche in presenza di tassi prossimi allo zero, si preferisce accumulare valuta – e i Bot si considerano moneta corrente – anziché arrischiare investimenti che comportino possibili perdite.

La seconda conseguenza, più paradigmatica, è che in questo quadro di generalizzata sfiducia nei meccanismi di funzionamento dei mercati – e in attesa che nuove regole e nuovi modelli di governance ridiano fiducia ai capitali – gli investitori, privati o istituzionali che siano, preferiscono rivolgersi al vecchio, caro Stato.

Che, nel nostro caso, sarà pure super indebitato – Bruxelles prevede arrivi al 127% del pil nel 2010 – vedrà pure riaumentare il differenziale dei rendimenti tra Btp e Bund tedeschi decennali (da 170 punti basi erano scesi a 90 e ora sono a 120), ma viene considerato più sicuro dei conti correnti bancari. E non solo dai piccoli risparmiatori, ma anche dalle stesse banche e dai money manager più navigati. E poi c’è ancora qualcuno che pensa che la crisi non cambierà l’economia?

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Società Aperta è un movimento d’opinione, nato dall’iniziativa di un gruppo di cittadini, provenienti da esperienze professionali e politiche differenti, animati dalla comune preoccupazione per il progressivo declino dell’Italia, già dal lontano 2003, quando il declino dell’economia, almeno a noi, già era evidente come realtà acquisita. L’intento iniziale era evitare che il declino diventasse strutturale, trasformandosi in decadenza. Oltre a diverse soluzioni economiche, Società Aperta, fin dalla sua costituzione, è stata convinta che l’unico modo per fermare il declino sarebbe stato cominciare a ragionare, senza pregiudizi e logiche di appartenenza, sulle cause profonde della crisi economica italiana e sulle possibili vie d’uscita. Non soluzioni di destra o di sinistra, ma semplici soluzioni. Invece, il nostro Paese è rimasto politicamente paralizzato su un bipolarismo armato e pregiudizievole, che ha contribuito alla paralisi totale del sistema. Fin dal 2003 aspiravamo il superamento della fallimentare Seconda Repubblica, per approdare alla Terza, le cui regole vanno scritte aggiornando i contenuti della Carta Costituzionale e riformulando un patto sociale che reimmagini, modernizzandola, la costituzione materiale del Paese. Questo quotidiano online nasce come spin-off di Società Aperta, con lo scopo di raccogliere riflessioni, analisi e commenti propedeutici al salto di qualità necessario