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Governo Pd-Pdl o suicidio politico

I numeri e la paura

La Borsa di Milano è la peggiore d'Europa, lo spread sale, crescono i disoccupati e le imprese hanno sempre minor credito. La priorità non è il finanziamento pubblico ai partiti.

di Davide Giacalone - 05 marzo 2013

L’Italia politica ha le gambe che tremano e la febbre che porta al delirio. Più d’uno straparla, magari provando a rincorrere i consensi persi, ma fuori tempo massimo. Mettiamo in fila qualche numero e vediamo se si riesce a ragionare: dopo le elezioni la Borsa di Milano è stata la peggiore d’Europa e ha bruciato 17 miliardi; lo spread è cresciuto, facendo aumentare il costo del debito pubblico, ma anche riflettendosi sul credito ai privati, tenuto conto che, nel corso del 2012 le imprese italiane hanno pagato 14 miliardi in più delle tedesche, per avere soldi dalle banche; che sono comunque pochi, visto che Unimpresa calcola in 38 miliardi il minor credito dell’anno scorso; e nel mentre la Cgia di Mestre rileva che la metà delle imprese ha cominciato a rateizzare il pagamento di salari e stipendi, l’Istat fissa all’11,7% i disoccupati, con una concentrazione del 38,7 fra i giovani (senza contare quelli in cassa integrazione, che sono disoccupati, ma non compaiono come tali). Ora prendete questi numeri e considerate che nelle parole della politica trovate al primo posto il taglio del finanziamento pubblico dei partiti, che ammonta a 159 milioni. Sono dei deficienti. Il terrore li ha ingrilliti. Io sono per il finanziamento privato e la cancellazione di quello pubblico, ma prima di tutto sono per la serietà e la razionalità: stanno parlando del nulla, mentre l’Italia prende una piega inquietante.

Su tutta questa storia della “casta” s’è giocato e profittato fin troppo. Credo d’essermene tenuto lontano, ma per quel che ho ceduto chiedo perdono. Il problema del mondo politico italiano non sono i privilegi, ma l’incapacità, l’inconcludenza. Certo che certi privilegi, oltre tutto stupidissimi, fanno imbestialire, certo che vitalizzi così pingui gridano vendetta, nel mentre i più giovani sono avviati verso un avvenire senza pensione e i più anziani impediti ad andarci, ma smontare quelle vergogne serve a rendere più credibile e accettabile la vita pubblica, non a risolvere neanche uno dei problemi più impellenti. I pochi numeri che ho messo in fila, cui tanti altri se ne potrebbero aggiungere, dimostrano che l’urgenza è tutta economica e per niente moralistica.

La nuova ondata d’incapaci al potere vuole fare un referendum (on line?!) sull’euro. Ma a parte la strampalatezza di una simile ipotesi si deve considerare che ove una tale forza politica fosse determinante per la nascita di un governo l’Italia sarebbe già fuori dall’euro. E, con la nostra uscita, finirebbe anche l’euro. Tale esito è implicito nel fatto che nessuno potrebbe credere alla nostra capacità di tenere saldo il rispetto del fiscal compact (che criticai), né, del resto, potremmo negoziare alcun cambiamento dei trattati, visto che il Paese più interessato a maggiore integrazione si ritrova con al governo un partito che ne vuole di meno. No, è una strada impercorribile.

Quindi resta solo il bivio: governo retto da Pd e Pdl o nuove elezioni. Farle subito non sarebbe una rivincita, né per il Pd né per il Pdl, ma una riperdita. Ammesso e non concesso che sappiano prendere qualche voto in più, comunque si ritroverebbero, come accadde in Grecia, a dovere fare una coalizione fra loro. Mentre è più probabile che i voti in più li prenda chi punta allo sfascio e usa il moralismo plebeo per attribuire agli avversari le responsabilità e i costi della crisi. Il che, purtroppo, è in parte anche vero. Il Pdl ha manifestato la disponibilità. Tocca al Pd, con la direzione convocata domani, mandare a riposo chi ha perso la testa.

Ripercorrete i numeri che ho citato e preparatevi, in caso di riconvocazione delle urne, a vederli tutti peggiorare. Magari potrà capitare che presi dalla paura taglino i 159 milioni. Ma non sarà un atto preveggente, semplicemente una scelta che segue al suicidio politico.

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Società Aperta è un movimento d’opinione, nato dall’iniziativa di un gruppo di cittadini, provenienti da esperienze professionali e politiche differenti, animati dalla comune preoccupazione per il progressivo declino dell’Italia, già dal lontano 2003, quando il declino dell’economia, almeno a noi, già era evidente come realtà acquisita. L’intento iniziale era evitare che il declino diventasse strutturale, trasformandosi in decadenza. Oltre a diverse soluzioni economiche, Società Aperta, fin dalla sua costituzione, è stata convinta che l’unico modo per fermare il declino sarebbe stato cominciare a ragionare, senza pregiudizi e logiche di appartenenza, sulle cause profonde della crisi economica italiana e sulle possibili vie d’uscita. Non soluzioni di destra o di sinistra, ma semplici soluzioni. Invece, il nostro Paese è rimasto politicamente paralizzato su un bipolarismo armato e pregiudizievole, che ha contribuito alla paralisi totale del sistema. Fin dal 2003 aspiravamo il superamento della fallimentare Seconda Repubblica, per approdare alla Terza, le cui regole vanno scritte aggiornando i contenuti della Carta Costituzionale e riformulando un patto sociale che reimmagini, modernizzandola, la costituzione materiale del Paese. Questo quotidiano online nasce come spin-off di Società Aperta, con lo scopo di raccogliere riflessioni, analisi e commenti propedeutici al salto di qualità necessario