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Public Policy

L'atteggiamento culturale nazionale

I nipotini di Hegel

Quello che i giovani chiedono a mamma-Stato

di Luigi Pianesi - 10 gennaio 2012

In questi giorni i problemi economici sono comprensibilmente al centro della discussione pubblica. Il decreto “salva Italia”, le prospettive di recessione, l’avvio della cosiddetta fase due dell’azione del governo Monti polarizzano il dibattito e l’attenzione di cittadini e commentatori. Proprio l’avvio della fase due, quella dedicata, almeno nelle intenzioni, allo sviluppo e alla crescita può essere, però, l’occasione per alzare per un momento lo sguardo dai libri contabili e guardarsi intorno. L’attitudine culturale in cui ci si muove non è, infatti, meno importante delle strade che si sceglie di percorrere per far quadrare i conti e ripartire, ma ne costituisce semmai un punto di partenza e una chiave di lettura e di interpretazione.

I primi mesi del governo Monti hanno fatto riemergere alcuni aspetti distintivi del “carattere” nazionale, che nel contesto attuale assumono una valenza ancor più rilevante e preoccupante. Diversi episodi sembrano costituire, in particolare, l’emersione di atteggiamenti culturali profondamente radicati nella mentalità italiana, su cui varrebbe forse la pena aprire una riflessione. Due esempi tra i tanti. Poco più di un mese fa si era appena insediato il governo Monti, un governo di emergenza o di “impegno” nazionale, come l’ha definito lo stesso professor Monti, che le forze politiche sembrano vivere in modo ambiguo, a metà tra lo scippo e la boccata d’aria. Il nuovo governo è nato all’esito di un tratto di storia politica italiana segnato da una fortissima contrapposizione in un bipolarismo distorto e conflittuale, la cui prima vittima è stata la possibilità di sviluppare un dibattito e un confronto sereno e concreto sulle politiche (economiche, sociali, industriali, fiscali, ecc.) da attuare per consentire al Paese di affrontare non solo la drammatica crisi che stiamo vivendo, ma anche la stessa gestione ordinaria della vita nazionale.

Ebbene, con le dimissioni di Berlusconi e la nomina di una figura stimata e rispettata in Italia e all’estero come Mario Monti sembrava che almeno la furibonda contrapposizione tra visioni incompatibili potesse anche solo temporaneamente placarsi. In realtà, subito dopo il giuramento e durante la presentazione del suo programma al Senato, il governo Monti, prima ancora di aver esposto in linea generale il proprio programma, aveva già subito lo sciopero dei trasporti e le manifestazioni studentesche. Scioperi a parte, interessa qui porre l’accento sulla mobilitazione studentesca o – per allargare il campo – dei giovani che si scagliano contro il governo dei banchieri, dei bocconiani e dei poteri forti brandendo parole d’ordine come “scuola pubblica”, “università pubblica”, “via i privati dalle università”, “no all’aziendalizzazione della conoscenza”. Al di là del merito delle specifiche rivendicazioni, ciò che va evidenziato è il retroterra culturale di questi giovani (studenti liceali, universitari, ricercatori), che si contrappongono ad una temuta invasione del settore dell’istruzione da parte del “privato”, pronto a sottrarre spazio al “pubblico” (spazio che i contestatori si sono subito preoccupati di occupare fisicamente).

Secondo esempio. Negli ultimi giorni, con la predisposizione della manovra “salva Italia”, si è chiesto a gran voce e da più parti al nuovo governo di dare il via a vere e profonde liberalizzazioni, in modo da sbloccare le attività economiche e creare condizioni più favorevoli per quella crescita economica che da qualche tempo sembra ferma al palo. Ebbene, il tentativo, sia pur timido, del governo di aprire al mercato alcuni settori tradizionalmente protetti ha avuto come prima conseguenza (prevedibile) la rivolta delle categorie interessate e come conclusione (si spera provvisoria) la marcia indietro del governo stesso. Le liberalizzazioni si confermano ancora una volta come un fenomeno accettato purché riguardino settori e categorie differenti rispetto all’interesse e alla collocazione di chi le invoca, con una sorta di sindrome “nimby” (not in my backyard) applicata alle rendite di posizione. Anche in questo caso, quello che sembra trasparire, in fondo, è un atteggiamento culturale che ritiene preferibile una gestione, stavolta dell’economia, dall’alto, pubblica e dunque dello Stato, che viene chiamato non a rendere possibili le condizioni affinché la libera iniziativa dei singoli possa dispiegarsi, assumendo in prima persona onori, oneri e rischi della stessa, ma piuttosto a proteggere le rendite di posizione che spesso, a dir la verità, lo Stato stesso ha contribuito a creare.

Qualche tempo fa, intervistato nel corso del programma di Corrado Formigli su La 7, l’attore Elio Germano, fuori dal Teatro Valle occupato, per spiegare le ragioni della protesta di cui si è fatto in quella occasione portavoce, ha citato Hegel, per il quale lo Stato sarebbe come un genitore, i cui figli si sentono ora abbandonati e traditi. In questa visione è condensata una concezione paternalistica del rapporto con lo Stato, che dovrebbe invece essere avversata proprio dai giovani, da cui forse ci si aspetterebbe piuttosto un desiderio di affrancamento. Ma il profilo preoccupante non è tanto (o non è solo) il paternalismo, quanto ciò che sta alla base della concezione hegeliana, invocata più o meno consapevolmente da Germano.

Se si sceglie Hegel come punto di riferimento, infatti, occorre essere consapevoli che per il filosofo tedesco lo Stato non è tanto un genitore bonario, quanto «la realtà dell’idea etica, lo spirito etico, in quanto volontà manifesta, evidente a se stessa, sostanziale». Dovrebbero tornare alla mente le parole di Arthur Schopenhauer, per il quale «se mai vi venisse voglia di ottundere le facoltà mentali di un giovane e di rendere il suo cervello incapace di qualsivoglia genere di pensiero, non avete nient’altro di meglio da fare che dargli da leggere Hegel». Karl Popper ha spiegato chiaramente ne La società aperta e i suoi nemici perché Hegel sia un falso profeta e come nella sua filosofia si annidino i germi del totalitarismo. I giovani, però, quei giovani almeno, non si richiamano a Popper o a Mises, Hayek, Einaudi, Tocqueville, Constant. Non si richiamano a quel pensiero che dovrebbe invece affascinarli, perché rivolto alla liberazione della vitalità, dell’ingegno, della creatività degli uomini. Si richiamano a Hegel e si appellano al “pubblico” e allo Stato, a cui, in definitiva, affidano il potere di decidere delle loro vite.

Intere categorie economiche, d’altro canto, non chiedono allo Stato di essere lasciate libere di muoversi e di fare i loro affari in una cornice di regole chiare e precise, il cui rispetto venga assicurato, ma di garantire loro una posizione privilegiata e sicura in un mercato falsato. La fase due dovrà fare i conti anche con questo atteggiamento culturale. Certo, non è un buon segno se i giovani vedono lo Stato come unico dispensatore di conoscenza e gli operatori economici invocano l’intervento pubblico per liberarsi della responsabilità del proprio successo. Non è un buon segno se studenti di università pubbliche marciano per protesta contro università private, dimenticando che alla conoscenza non appartiene o non dovrebbe appartenere questa distinzione, invece che contro chi lascia che il livello delle università pubbliche sia così lontano da quello delle private. Non è un buon segno, infine, se all’atto di diventare grandi, quelli che dovrebbero essere i gruppi trainanti dello sviluppo di una società, vale a dire i giovani e gli operatori economici (imprese, professionisti, commercianti), si aggrappano alle sottane della mamma-Stato, chiedendole di provvedere ai loro cervelli e ai loro portafogli. Ciò che si respinge è – alla fine – il mettersi alla prova in un sistema aperto al confronto e alla concorrenza. Hayek ha definito la concorrenza un metodo per la scoperta del nuovo, per l’ampliamento delle prospettive. Un Paese che la rifiuta nei settori in cui l’apertura all’innovazione dovrebbe essere il valore essenziale e fondante e che si affida ai nipotini di Hegel ha pessime prospettive.

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Società Aperta è un movimento d’opinione, nato dall’iniziativa di un gruppo di cittadini, provenienti da esperienze professionali e politiche differenti, animati dalla comune preoccupazione per il progressivo declino dell’Italia, già dal lontano 2003, quando il declino dell’economia, almeno a noi, già era evidente come realtà acquisita. L’intento iniziale era evitare che il declino diventasse strutturale, trasformandosi in decadenza. Oltre a diverse soluzioni economiche, Società Aperta, fin dalla sua costituzione, è stata convinta che l’unico modo per fermare il declino sarebbe stato cominciare a ragionare, senza pregiudizi e logiche di appartenenza, sulle cause profonde della crisi economica italiana e sulle possibili vie d’uscita. Non soluzioni di destra o di sinistra, ma semplici soluzioni. Invece, il nostro Paese è rimasto politicamente paralizzato su un bipolarismo armato e pregiudizievole, che ha contribuito alla paralisi totale del sistema. Fin dal 2003 aspiravamo il superamento della fallimentare Seconda Repubblica, per approdare alla Terza, le cui regole vanno scritte aggiornando i contenuti della Carta Costituzionale e riformulando un patto sociale che reimmagini, modernizzandola, la costituzione materiale del Paese. Questo quotidiano online nasce come spin-off di Società Aperta, con lo scopo di raccogliere riflessioni, analisi e commenti propedeutici al salto di qualità necessario