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A vuoto l’appello del Quirinale

I giudici “calati”

Inutile dire che ci vuole una riforma, senza indicare quale. Giustizia in bancarotta

di Davide Giacalone - 08 giugno 2007

L’appello quirinalizio per una veloce riforma della giustizia ha conquistato a stento qualche richiamo nelle prime pagine, e, del resto, il giorno in cui il governo, per sfangarla, era costretto a blandire le richieste di un gruppo sud tirolese, non era il più adatto a parlare di riforme. Ciò non toglie che la bancarotta della giustizia sia reale e che le parole di Napolitano sono istituzionalmente pesanti. Ecco quattro osservazioni.

1. E’ inutile dire che ci vuole la riforma, si deve indicare quale. L’Italia spende quanto e più di altri Paesi, in giustizia, ma ha un servizio che fa pena. Non è un problema di soldi. Si è adottato, in penale, il sistema accusatorio, ma ancora gli accusatori sono colleghi dei giudicanti. I termini temporali fissati dalle leggi vengono interpretati come “ordinatori”, vale a dire che si possono tranquillamente violare. Una riforma seria mette le mani in questa roba e non sta ad ascoltare gli interessi corporativi delle toghe. Fin qui succede l’esatto contrario: quel poco che era stato fatto (l’ordinamento giudiziario) lo si vuole smontare.

2. Napolitano sollecita che le carriere non procedano solo per anzianità e per appartenenza correntizia, ma lo fa parlando ad un Consiglio Superiore della Magistratura che è la sede per eccellenza del dominio correntizio e dell’inefficacia, quando non della ridicolaggine, dell’autogoverno e dell’autodisciplina. Visto che ne è Presidente, abbia il coraggio di denunciare questo evidente e consolidato fatto.

3. E’ inutile sollecitare i magistrati a lasciare in pace gli estranei ad un’inchiesta giudiziaria, evitando di dare i loro nomi in pasto alla stampa, perché tanto, alla fine, quegli atti vanno depositati e, quindi, la pubblicità è prevista dalla legge. I modi per tutelare il giustamente richiamato diritto alla propria onorabilità sono due: a. i processi devono giungere subito dopo le indagini e chiudere in fretta le ferite; b. ai giornalisti non va imposta la censura, ma insegnato il mestiere ed indicato il dovere di sentire e dare spazio a quanti citano, spesso a sproposito.

4. Dice Napolitcano ai giudici: “si calino nella realtà del Paese facendosi carico delle ansie quotidiane …”. No, a me paiono fin troppo calati. Se ne stiano in alto, e facciano il loro dovere, con serietà ed indipendenza.

Pubblicato da Libero dell’8 giugno

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