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Crisi dell’Unione che credeva d’aver già vinto

I due paradossi che dividono la Fed

La rottura tra Rutelli e i prodiani ha le radici nell’inesistenza di un denominatore comune

di Valerio Zanone - 09 giugno 2005

Il temporale che scuote i rami dell'Ulivo e i petali della Margherita ha quanto meno il merito di aver riattivato la voglia di discutere. Continuo a ricevere segnali critici, in sintonia con l'opinione pubblica che è rimasta sconcertata dai contrasti fra Rutelli e Prodi dopo una serie costante di successi elettorali che lasciavano presagire vicina l'alternativa di governo.

La vicenda in corso ha due apparenze paradossali. Il primo paradosso è che la previsione della vittoria del 2006 (data per quasi acquisita, a mio avviso con eccessivo ottimismo) susciti un contrasto che rischia di vanificarla: si disputa pensando al governo dopo la vittoria, e la disputa rischia di risolvere il problema dissolvendo la vittoria e il governo.

Il secondo paradosso è che il partito di Dl/Margherita (la curiosità del nome botanico è stata avvertita anche dall'Economist) ha deciso di presentarsi da solo nella lista proporzionale mentre sollecita il rilancio della federazione. Forse questo secondo paradosso può essere solo apparente.

La soluzione del primo paradosso dipende principalmente da Prodi, quella del secondo da Rutelli.

Sulla lista autonoma di Dl/Margherita Sartori ha scritto un articolo di consenso, spiegando che nel proporzionale "le unioni non pagano". Ma la questione non è solo di convenienza elettorale. In realtà la decisione di Dl credo sia maturata nei mesi, in difetto di un denominatore comune della Federazione che rispecchi nel giusto equilibrio le diverse provenienze da federare.

Il denominatore della Federazione non è nel passato ma nel futuro. Su quale denominatore comune le diverse identità di opinione possano ritrovarsi in un progetto comune, questo non è stato spiegato: si è puntato tutto sull'unificazione del simbolo più che dell'identità politica.

Credo pienamente legittimo pensare ad un futuro in cui in Italia prenda corpo una nuova maggioranza modellata non sul paradigma socialista ma sul riformismo neoliberale: il riformismo possibile oggi in Europa è neoliberale. Ma di ciò si è visto finora assai poco, e il compito di Prodi dovrebbe essere appunto quello di riequilibrare il progetto complessivo tenendo conto dell'area centrale dell'elettorato. Prodi dovrebbe rinunciare al braccio di ferro all'interno dell'Unione, adoperarsi per unire e non per dividere.

Poiché lo strappo è venuto da Rutelli, è adesso essenziale che la linea dei Dl non si ripieghi verso il ritorno al passato democristiano. Una scissione sarebbe esiziale e siccome non premierebbe nessuno, immagino possa essere evitata. Ma i Dl dovrebbero somigliare di più a ciò che nelle carte (a cominciare dalla Carta dei princìpi) i Dl hanno detto di voler essere: l'incontro fra provenienze di democrazia cattolica, liberale, socialista capaci di raccordarsi in un disegno di riformismo europeo.

Quanto all'associazione che io presiedo resto dell'idea di partenza: il nostro compito non è quello di costituire una corrente di partito, ma di raccordare il quantum di democrazia liberale che latita nell'insieme dell'opposizione al centrodestra. Può darsi che il chiarimento ora necessario nel centrosinistra faciliti l'impresa.

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