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La bancarotta universitaria nostrana

I dati Eurostat bocciano l’Italia

È ora di svegliarsi. Cerchiamo di eccellere nelle competenze e non nell’arte d’arrangiarsi

di Davide Giacalone - 05 maggio 2009

La bancarotta universitaria si riassume in due elementi: abbiamo il sistema meno severo e selettivo, ed abbiamo il più basso tasso di laureati. Della serie: chiudetela, perché ci costa molto e rende quasi niente. I dati Eurostat parlano chiaramente: nella fascia d’età tra 25 ed i 34 anni l’Italia ha solo il 19% dei laureati, la media europea è poco sotto il 30 ed in Francia od Inghilterra raggiunge il 40.

C’è ancora un numero, politicamente scorretto, che la dice lunga: le giovani laureate sono, da noi, assai più numerose dei coetanei maschi (23% contro 15). Il che non ci rende il Paese dove le donne meritevoli fanno più carriera ed arrivano ai posti più alti, come sarebbe giusto, ma quello in cui ci sono corsi di laurea in taglio e cucito. E, presa la china della sgradevolezza, vado oltre: quel dato indica anche una progressiva femminilizzazione delle carriere statali, quelle dove il titolo di studio determina la retribuzione, al di là della reale competenza. E questo è un male, non per il genere sessuale, ma per la natura della selezione.

Tale realtà comporta un gran svantaggio per i meno protetti e privilegiati, per quelli che non ereditano libere professioni familiari, secondo una logica corporativa e medioevale che da noi è considerata normale. La cancellazione di una simile università, dove la mediocrità va in cattedra e l’incapacità si laurea, dovrebbe essere battaglia normale di chiunque prediliga il progresso sulla conservazione, a cominciare dai giovani. Invece, capita che solo una ristretta minoranza continua a reclamare la cancellazione del valore legale del titolo di studio e la privatizzazione d’istituti e finanziamenti, mentre alla quasi totalità piace questo pantano in tocco e toga che accompagna cattedre fasulle con titoli irreali.

Non ostante il lassismo, però, i laureati diminuiscono, come mai? Perché i somari s’annoiano e qualche meritevole manda i “magnifici” incapaci al paese che li merita, mentre la gran parte dei giovani percepisce la perdita di tempo e gira al largo. Questo nel mentre la competizione internazionale (oltre che il rispetto di noi stessi) dovrebbe spingerci in direzione esattamente opposta, cercando di eccellere nelle competenze e non nell’arte d’arrangiarsi all’ombra della spesa pubblica, allargando il mostruoso debito.

Pubblicato da Libero di martedì 5 maggio 2009

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Società Aperta è un movimento d’opinione, nato dall’iniziativa di un gruppo di cittadini, provenienti da esperienze professionali e politiche differenti, animati dalla comune preoccupazione per il progressivo declino dell’Italia, già dal lontano 2003, quando il declino dell’economia, almeno a noi, già era evidente come realtà acquisita. L’intento iniziale era evitare che il declino diventasse strutturale, trasformandosi in decadenza. Oltre a diverse soluzioni economiche, Società Aperta, fin dalla sua costituzione, è stata convinta che l’unico modo per fermare il declino sarebbe stato cominciare a ragionare, senza pregiudizi e logiche di appartenenza, sulle cause profonde della crisi economica italiana e sulle possibili vie d’uscita. Non soluzioni di destra o di sinistra, ma semplici soluzioni. Invece, il nostro Paese è rimasto politicamente paralizzato su un bipolarismo armato e pregiudizievole, che ha contribuito alla paralisi totale del sistema. Fin dal 2003 aspiravamo il superamento della fallimentare Seconda Repubblica, per approdare alla Terza, le cui regole vanno scritte aggiornando i contenuti della Carta Costituzionale e riformulando un patto sociale che reimmagini, modernizzandola, la costituzione materiale del Paese. Questo quotidiano online nasce come spin-off di Società Aperta, con lo scopo di raccogliere riflessioni, analisi e commenti propedeutici al salto di qualità necessario