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E' finita

I commissariati

Il tempo del governo politico è scaduto

di Davide Giacalone - 08 novembre 2011

Il tempo del governo politico è scaduto. Purtroppo è trascorso invano. E’ stato sprecato perché quello in carica non è stato capace d’interpretare la partita in corso, mentre altri non ce ne sono. Bisognava portare in sede europea la crisi dell’euro, anziché farsi rimproverare dall’Unione la crisi del nostro debito; si doveva porre al G20 il problema della speculazione globale e dell’inadeguatezza della Bce, anziché piegarsi al tutoraggio del Fondo monetario internazionale, che equivale a un commissariamento dell’euro; si doveva approfittare della lettera inviata alla Commissione europea per fare in un lampo quel che non s’era (colpevolmente) fatto prima, invece s’è ancora qui a cincischiare. Non fallisce solo questo governo, fallisce un mondo politico. Che accetta i commissari e non capisce cosa significhi essere commissariati.

Chi governa ancora s’attacca ai numeri delle maggioranze parlamentari, come l’alpinista che s’inchiodi ad una roccia nel mentre quella si stacca dalla montagna e viene giù: sono saldamente attaccato, dice. Bravo. Fuori dal governo, però, molti sono fuori di testa e dal mondo. Lasciamo perdere la sinistra che parla di “macelleria sociale”, perché quelli sono come l’alpinista che sta sotto in cordata: che mi frega a me se penzolo e faccio bischerate, tanto sono attaccato a quello sopra. Quanto sia solida la posizione lo abbiamo appena visto e, detto con franchezza, se si spiaccicano non piangeremo. Ma hanno idee vaghe e pericolose anche quelli che vaneggiano di governi a vasta maggioranza e di salvezza nazionale, incaricati di far cose dolorose e impopolari. Bisogna salvarsene, non farsi salvare. Questa lussuria del dolore (da arrecare ad altri) li fa sembrare dilettanti dello shibari, che legano le cicciottelle e va a finire che le strangolano: il nostro problema non è far cassa togliendo soldi agli italiani, per bruciarli nella fornace della speculazione, sicché, appena dopo, ci si trova più poveri e con lo stesso problema di prima, noi dobbiamo saper reggere il conflitto con l’ottusità dell’asse franco-tedesco, che, del resto, è già spezzato dai fatti e dagli interessi contrapposti.

Abbiamo colpe considerevoli, prima di tutto verso noi stessi. Le cose dolorose e impopolari, di cui di straparla, sono, in realtà, cose piacevoli e popolari, utili e positive, che non si fanno perché la politica degli inetti non riesce mai a superare l’opposizione corporativa delle minoranze di blocco. Ma questo non deve autorizzare altri a mettere sul nostro conto il prezzo di errori non nostri, meno ancora a fare dell’Unione il luogo ove le banche degli uni si salvano spremendo i cittadini degli altri. E’ una partita eminentemente e schiettamente politica, che è da incapaci giocare al ritmo di tasse e cassa. Detto ciò, il tempo è scaduto. Sprecato.

E ora? Il problema non è trovare i tecnici, ma liberare la politica. Va da sé che questa classe politica non merita rimpianti: la destra s’è stabilizzata in un’idolatria impotente, mentre la sinistra s’è evoluta in fenomeni plebei che ora son presi a calci dai medesimi sentimenti che gli procurano vittorie reazionarie (Napoli docet). Amici e nemici parlando di “Silvio”, dimostrandosi matti. Eppure a sinistra c’è del nuovo e a destra c’è del buono. La sinistra è in vantaggio: Matteo Renzi è migliore delle fronde incoerenti, o dei miracolati che pensano d’essere miracolatori. Ma non è questo quel che conta, serve che le persone ragionevoli e i riformisti, da una parte e dall’altra, si diano una mano e mostrino di non essere peggiori degli altri (si è peggiori quando la consapevolezza inciampa nella viltà). Davanti a noi abbiamo le elezioni. Subito, o subito dopo, cambia solo il tempo dell’agonia. La via d’uscita politica non consiste nella campagna elettorale, ma nel saper costruire il dopo, nel guardare al primo giorno della nuova legislatura come al primo della liberazione da un sistema oramai bloccato, come all’avvio della terza Repubblica.

Per oggi, per subito, serve utilizzare la sponda del Fmi per battere il pugno nell’Unione europea. Serve la forza e la lucidità d’impostare una questione politica, senza finire stritolati dalla speculazione. Chi non lo capisce o non è capace costituisce un danno per l’Italia.

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Società Aperta è un movimento d’opinione, nato dall’iniziativa di un gruppo di cittadini, provenienti da esperienze professionali e politiche differenti, animati dalla comune preoccupazione per il progressivo declino dell’Italia, già dal lontano 2003, quando il declino dell’economia, almeno a noi, già era evidente come realtà acquisita. L’intento iniziale era evitare che il declino diventasse strutturale, trasformandosi in decadenza. Oltre a diverse soluzioni economiche, Società Aperta, fin dalla sua costituzione, è stata convinta che l’unico modo per fermare il declino sarebbe stato cominciare a ragionare, senza pregiudizi e logiche di appartenenza, sulle cause profonde della crisi economica italiana e sulle possibili vie d’uscita. Non soluzioni di destra o di sinistra, ma semplici soluzioni. Invece, il nostro Paese è rimasto politicamente paralizzato su un bipolarismo armato e pregiudizievole, che ha contribuito alla paralisi totale del sistema. Fin dal 2003 aspiravamo il superamento della fallimentare Seconda Repubblica, per approdare alla Terza, le cui regole vanno scritte aggiornando i contenuti della Carta Costituzionale e riformulando un patto sociale che reimmagini, modernizzandola, la costituzione materiale del Paese. Questo quotidiano online nasce come spin-off di Società Aperta, con lo scopo di raccogliere riflessioni, analisi e commenti propedeutici al salto di qualità necessario