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Disastrosa la gestione dell'esecutivo

I colpevoli ritardi su Alitalia

E' sempre "questione di giorni" per risolvere i problemi del nostro vettore nazionale

di Enrico Cisnetto - 26 novembre 2007

“E’ questione di giorni”. Ancora ieri il ministro Bianchi ha ripetuto per l’ennesima volta la litania del “ci siamo quasi” che il governo, nella sua veste di azionista di Alitalia, sta recitando da quattro mesi, da quando cioè è stato costretto, visti i ritiri di tutti i concorrenti, ad abbandonare lo strumento dell’asta per vendere la compagnia di bandiera. Centoventi giorni nei quali si è continuato a vivere di rinvii: la deadline è stata spostata di volta in volta sempre più in là con il passare delle settimane, e anche l’ultimo appello di metà novembre alla fine è diventato un più coerente “penultimatum” (d’altra parte la situazione è disperata, ma non seria). Ad oggi, si sa soltanto che il consiglio di amministrazione dell’azienda “prevede” che il negoziato si possa avviare in esclusiva entro il 15 dicembre: troppo poco tempo per quagliare, visto che all’appuntamento della chiusura del bilancio la compagnia si presenterà con le casse vuote – il “rosso” nei primi nove mesi del 2007 è arrivato a 255 milioni di euro – e l’obbligo di una ricapitalizzazione monstre di 1,2 miliardi che il mercato non sottoscriverà mai e che lo Stato, viceversa, pur volendo, non potrebbe fare perchè avrebbe contro la Ue (aiuti di Stato), il Tesoro (problemi di bilancio) e il buonsenso. E pensare che nel frattempo persino il rigoroso Wall Street Journal ha speso una parola buona, perchè riguardo il valore effettivo di Alitalia ha suggerito ai competitor del settore di guardare al di là dell’apparenza - purtroppo catastrofica – sottolineando come l’acquisto della compagnia rappresenterebbe la chiave di volta per raggiungere una delle fette di traffico passeggeri più allettanti e un mercato potenzialmente molto remunerativo. Un giudizio evidentemente condiviso, visto che nonostante i continui tira e molla, il ritiro di Aeroflot e l’esclusione della cordata Baldassarre, di pretendenti continuano ad essercene: Air France-Klm, che sembra però voler giocare al gatto col topo e sarebbe disposta a intervenire solo con un’operazione “carta contro carta”; Lufthansa, che però punterebbe soprattutto su Malpensa, un hub a suo tempo creato senza risolvere il nodo centrale di Fiumicino; la cordata capeggiata da Air One, che dei tedeschi è già alleata e ha deciso di mettere sul piatto anche denari. Il fatto è che, nonostante l’impegno lodevole di Prato e dei suoi uomini, l’azionista non ha mai dichiarato le sue intenzioni dopo il fallimento – inevitabile, viste le condizioni troppo stringenti che aveva messo – dell’asta pubblica, e il ritorno alla trattativa privata. Una strada giusta, che si sarebbe dovuta intraprendere fin dall’inizio considerata la particolarità della privatizzazione, ma che richiede unità d’intenti nel non facile tentativo di far coincidere l’interesse del Paese – già compromesso dalla cattiva gestione della compagnia e dagli spaventosi ritardi accumulati fin qui – con quelli altrettanto sacrosanti del “salvatore”. Per esempio, un venditore conscio dei suoi doveri e speranzoso di ridurre i danni, avrebbe dovuto far fronte con fermezza al “ricatto” sindacale, la cosa che più spaventa i potenziali acquirenti. Invece, ancora giovedì scorso Alitalia è stata costretta a cancellare 130 voli a causa di uno sciopero prima annunciato e poi rinviato, ennesima “furbata” da irresponsabili. Così, di errore in errore siamo ormai arrivati al penultimo giorno utile. Speriamo di non superarlo.

Pubblicato su Il Messaggero, Il Gazzettino e La Sicilia di domenica 25 novembre

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