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Chi sono i veri Nababbi italiani? Solo l’8%…

I billionaire del Paese dei Balocchi

Fatta la legge trovato l'inganno… E La casta dei privilegiati continua ad evadere le tasse

di Davide Giacalone - 12 giugno 2007

Rientro nello 0,8 per cento degli italiani che dichiarano al fisco un reddito superiore a 100 mila euro l’anno. Non mi ero mai accorto d’essere così ricco e trovo semplicemente ridicola l’idea che si possa essere considerati dei nababbi per redditi interamente frutto del lavoro svolto. Non posseggo aeroplani o barche, giro con una normale vettura e muovendomi in continuazione per lavoro (e per guadagnare quel che poi dichiaro) passo davanti ad innumerevoli porti turistici stracolmi di imbarcazioni che non ricordano i gozzi dei pescatori. Delle due l’una, quindi, o quando mi muovo io tutti i ricchi mi seguono via mare, oppure quel dato statistico non vale una cicca. Propendo per la seconda ipotesi. Ma il moralismo un tanto al chilo mi ripugna, quindi penso quanto segue: c’è una ristretta categoria di persone che paga le tasse per principio, più per poterlo dire a se stesse che altro, per il resto tutti quelli che possono, evadono. La ragione di questa generalizzata corsa all’evasione fiscale sta nel fatto che la lealtà del cittadino non trova riscontro nella lealtà dello Stato.

Quando emetto una fattura lo Stato mi chiede subito l’iva, pari al 20 per cento, ed una percentuale per l’Inps. Ma se la fattura non viene pagata lo Stato mi manda in un covo di burocrati dove impiegano dieci anni per farmi sapere se ho ragione, m’obbliga, nel frattempo, a sopportare le spese e se anche vinco in giudizio non per questo prendo i soldi, visto che ancora manca l’anello finale, e non sempre esistente, dell’esecuzione. Nel corso di questo procedimento il debitore mi avvicina e mi dice: senti, il tuo socio al 50 per cento, lo Stato, mi fa un baffo, perché oltre tutto sono nullatenente, quindi i tuoi soldi non li vedrai mai, allora, siccome sono un signore, te ne offro la metà se ti togli dalle balle. E questo è un taglieggiamento che subisco proprio perché il mio socio, lo Stato, non è in grado di fare il suo mestiere. Ma non basta, perché il socio non si accontenta di una quota del mio reddito, ma ne vuole sempre di più mano a mano che io lavoro di più e guadagno di più. Poi, se un anno le cose vanno male, se un anno guadagno tre talleri, il socio s’arrabbia e mi manda a dire: i conti non tornano, farabutto, quindi o mi paghi o ti mando la Guardia di Finanza, e son cavoli tuoi.

In più, se lo Stato mi deve dei soldi me li dà quando gli torna comodo, se io gliene devo sono obbligato a correre, altrimenti guai. E non basta, perché lo Stato possiede delle aziende, le quali utilizzano scatole societarie lussemburghesi o delle isole olandesi per pagare meno tasse o non pagarle affatto, il che significa che lo Stato frega se stesso. Facendolo lo Stato figuriamoci se non lo fanno gli imprenditori privati, ed hanno anche ragione a farlo, perché rinunciare ad un vantaggio fiscale sarebbe demenziale, cosicché è il presidente della Confindustria a lamentarsi: ma è mai possibile che solo lo 0,8 dichiari più di 100 mila euro? Guardi nelle composizioni societarie degli aderenti alla sua Confederazione e troverà la risposta. Morale della favola, chi può evade. Vale per commercianti e professionisti, e vale anche per gli impiegati che si fanno riparare il lavandino senza chiedere la fattura. A quest’andazzo immorale e masochista devo oggi, quindi, un ringraziamento: solo in un sistema così sbrindellato ed incredibile mi si sarebbe riservato il raro privilegio di sentirmi fra i più ricchi d’Italia, anche se, dovendo fra qualche giorno pagare le tasse, temo sia solo un’illusione ottica.

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Società Aperta è un movimento d’opinione, nato dall’iniziativa di un gruppo di cittadini, provenienti da esperienze professionali e politiche differenti, animati dalla comune preoccupazione per il progressivo declino dell’Italia, già dal lontano 2003, quando il declino dell’economia, almeno a noi, già era evidente come realtà acquisita. L’intento iniziale era evitare che il declino diventasse strutturale, trasformandosi in decadenza. Oltre a diverse soluzioni economiche, Società Aperta, fin dalla sua costituzione, è stata convinta che l’unico modo per fermare il declino sarebbe stato cominciare a ragionare, senza pregiudizi e logiche di appartenenza, sulle cause profonde della crisi economica italiana e sulle possibili vie d’uscita. Non soluzioni di destra o di sinistra, ma semplici soluzioni. Invece, il nostro Paese è rimasto politicamente paralizzato su un bipolarismo armato e pregiudizievole, che ha contribuito alla paralisi totale del sistema. Fin dal 2003 aspiravamo il superamento della fallimentare Seconda Repubblica, per approdare alla Terza, le cui regole vanno scritte aggiornando i contenuti della Carta Costituzionale e riformulando un patto sociale che reimmagini, modernizzandola, la costituzione materiale del Paese. Questo quotidiano online nasce come spin-off di Società Aperta, con lo scopo di raccogliere riflessioni, analisi e commenti propedeutici al salto di qualità necessario