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Public Policy

La crisi della politica

Grillo vociante

Il problema non è certo il leader del Movimento 5 Stelle

di Davide Giacalone - 19 aprile 2012

Sembra quasi che il problema della politica italiana sia Beppe Grillo, e il suo guadagnare spazio nei mezzi d’informazione, oltre che consensi nei sondaggi. Sembra quasi che se non esistesse l’antipolitica, la retorica del rifiuto e dell’accusa, se qualcuno non si candidasse a calamitare delusione e rabbia, per ciò stesso i partiti politici godrebbero di buona salute. La demagogia e gli arruffapopolo sono sempre esistiti, come quanti speculano sulle difficoltà oggettive. Se l’antipolitica guadagna così tanto terreno non è perché tali attività sono oggi più fiorenti, ma perché la politica si mostra sempre meno all’altezza dei problemi che dovrebbe affrontare.

Non è stato Grillo a suggerire ai segretari dei tre partiti della non-maggioranza di sostenere che il finanziamento pubblico dei partiti non deve essere toccato o diminuito, a dispetto del fatto che ci si trova difronte al sensazionale ribaltamento della realtà: sempre e ovunque ci sono stati problemi nel finanziare la politica, qui si riesce a finanziarsi grazie al fatto che la politica e i partiti sono ricchi. Non è Grillo ad indurli alla totale cecità di credere che la sopravvivenza del sistema democratico s’identifica con la loro, personale e organizzativa, sopravvivenza. In fondo ci vuol poco a capire che sia il sistema elettorale che il finanziamento dei partiti sembrano (sembrano?) concepiti apposta per evitare che nuovi protagonisti spazzino via chi non è stato all’altezza del compito. E non è stato Grillo a indurre chi vinse le elezioni a lasciare il governo, ritenendosi incapace di garantire la necessaria maggioranza, e chi le perse a preferire di evitare le elezioni (dicono quelli del Pd: è stato un gesto di grande responsabilità, da parte nostra, ma un governo d’emergenza avrebbe ben potuto gestire la fase elettorale, e le cose migliori il governo Monti le ha fatte proprio nelle prime settimane, sicché non serve a molto nascondere che le urne facevano paura a tutti: a chi avrebbe potuto perdere, ma anche a chi si candidava a vincere con una coalizione ingestibile). Non è stato il comico genovese a insediare un governo commissariale, che non ho mai creduto sia uno sgarro istituzionale, ma, di sicuro, è un trionfo della non politica. Il processo degenerativo delle politica non è solo italiano. Basti vedere quel che succede in Francia. L’assenza di nuove forze, con nuove visioni del mondo, non è un problema solo nostro. Basti seguire la campagna elettorale statunitense. Il fatto è che altrove i protagonisti cambiano, mentre il governo inglese è presieduto da un signore che da noi sarebbe considerato un giovane debuttante. Il nostro dramma non è solo il deperire della politica, ma il permanere del sempre uguale. La nostra sinistra, da questo punto di vista, è un pezzo unico nel mondo. La destra si rinnovò, ma solo perché un uomo forte seppe rilevare l’elettorato altrui, salvo conservarne gran parte della classe dirigente (in ciò non differente da quella di sinistra). I tre partiti della non-maggioranza non solo sono riusciti a scantonare le elezioni, non solo portano il loro comune appoggio ad un governo che sperano sempre freghi il loro non-alleato, ma non hanno neanche avuto il coraggio di dare veste politica al loro sostanziale accordo, mettendosi a lavorare su quel che ancora compete loro: le regole e le istituzioni. Se non ci fosse Grillo ci sarebbe qualcun altro, e se non ci fosse nessuno sarebbe anche peggio, perché prima le urne vengono disertate e poi capovolte. Quindi, tutto sommato, siano grati a chi pensa di fregarli, e ringrazino il cielo che le prossime elezioni sono amministrative, talché potranno incassare la lezione senza scassare la democrazia.

Fossi in loro, infine, punterei poco sulla lazzaresca resurrezione, perché i miracoli non frequentano tali miserie, piuttosto proverei a fare il contrario di quel che hanno fin qui fatto: se si avvicina qualche persona di qualità non s’affannino a seppellirla, considerandola una minaccia per il proprio reddito familiare, ma provino a valorizzarla, considerandola una speranza per il loro ruolo sociale.

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Società Aperta è un movimento d’opinione, nato dall’iniziativa di un gruppo di cittadini, provenienti da esperienze professionali e politiche differenti, animati dalla comune preoccupazione per il progressivo declino dell’Italia, già dal lontano 2003, quando il declino dell’economia, almeno a noi, già era evidente come realtà acquisita. L’intento iniziale era evitare che il declino diventasse strutturale, trasformandosi in decadenza. Oltre a diverse soluzioni economiche, Società Aperta, fin dalla sua costituzione, è stata convinta che l’unico modo per fermare il declino sarebbe stato cominciare a ragionare, senza pregiudizi e logiche di appartenenza, sulle cause profonde della crisi economica italiana e sulle possibili vie d’uscita. Non soluzioni di destra o di sinistra, ma semplici soluzioni. Invece, il nostro Paese è rimasto politicamente paralizzato su un bipolarismo armato e pregiudizievole, che ha contribuito alla paralisi totale del sistema. Fin dal 2003 aspiravamo il superamento della fallimentare Seconda Repubblica, per approdare alla Terza, le cui regole vanno scritte aggiornando i contenuti della Carta Costituzionale e riformulando un patto sociale che reimmagini, modernizzandola, la costituzione materiale del Paese. Questo quotidiano online nasce come spin-off di Società Aperta, con lo scopo di raccogliere riflessioni, analisi e commenti propedeutici al salto di qualità necessario