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Intreccio di potere

Grilli & Pansa si dimettano

Il Tesoro, Finmeccanica e i debiti della signora Grilli: tre protagonisti per una vergogna.

di Davide Giacalone - 21 febbraio 2013

Credo che Vittorio Grilli, ministro dell’economia, e Alessandro Pansa, presidente di Finmeccanica, debbano dimettersi. Subito. Essi sono professionisti con grande competenza e preparazione, cittadini stimabili cui nessuno, che io sappia, ha contestato violazioni della legalità. Ma la loro condotta è incompatibile con il posto in cui si trovano. Il direttore generale del ministero del tesoro, quale allora era il prof. Grilli, si ritrova con una moglie, quale allora era la sua signora, alle prese con dei debiti, frutto, mi par di capire, di affari improvvidi. Il direttore generale di Finmeccanica, quale allora era il dott. Pansa, ha nel direttore generale del tesoro il più altro rappresentante amministrativo del suo principale azionista, che è lo Stato, e ritiene, sebbene a titolo personale e per amicizia (nei confronti di chi? di Grilli o della moglie?), di dovere, o comunque potere intercedere presso Mediobanca, che a sua volta è sia suo azionista che suo consulente, quindi siede nella proprietà e beneficia di guadagni disposti dallo stesso direttore generale, per caldeggiare un sostegno atto a rendere gestibile la gestione di quel debito. Tutto ciò non è necessario che sia un reato, perché è già una vergogna.

Il fatto che Mediobanca abbia deciso di non accedere a quell’invito non modifica di un capello l’inaccettabilità della condotta. Semmai, ove fosse un reato, non ne materializza l’esito. Sostengo che è una vergogna perché mette in luce due cose: a. c’è una fascia di alti dirigenti che tendono a comportarsi in maniera indipendente dagli indirizzi politici, anche utilizzando la rete del lavoro istituzionale per sistemare faccende private; b. perché, fatta salva l’amicizia, che è un gran bel sentimento, giunto a conoscenza di tale iniziativa Grilli avrebbe dovuto redarguire Pansa, giacché egli stava precostituendo la condizione che lo rendeva ricattabile. Tanto è vero che di tutto questo giungiamo a conoscenza proprio perché l’allora presidente di Finmeccanica, Giuseppe Orsi, ne parla esplicitamente a un amico (qui forse l’amicizia c’entra poco, più la colleganza, semmai), Ettore Gotti Tedeschi, e lo fa con toni esplicitamente ricattatori nei confronti di Grilli, nel frattempo divenuto ministro.

Quando quella cosa emerse dicemmo che il presidente del Consiglio era tenuto a scegliere: o mandava via Orsi o mandava via Grilli. Senza escludere di cacciarli entrambe. Non solo non si è fatto nulla, ma si è aspettato che il bubbone indiano, già visibilmente marcio, al punto da travolgere anche due nostri militari (come qui sosteniamo da mesi, solitari e inascoltati), esplodesse. Ora c’è poco da fare, salvo sollecitare dimissioni che i due interessati avrebbero dovuto sentire il dovere di dare. Subito. Ciò, sia chiaro, non per moralismo un tanto al chilo, ma perché il perpetuarsi di tale situazione indeboliste l’Italia nei rapporti con l’India e Finmeccanica nei suoi affari. Ne ricaviamo un doppio e collettivo danno: politico ed economico. Il che non è tollerabile.

Infine, ho letto la lettera che il ministro Grilli ha indirizzato al Sole 24 Ore, provocando di già la risposta gelida di quel direttore, ebbene: non basta essere tecnici per potere sfoggiare tanta insensibilità istituzionale e civile. Sull’istituzionale ho già detto, per il civile sappia il professore che ai cittadini italiani interessa poco se lui si sposa, si separa o divorzia, perché ci sono molti padri di famiglia ridotti alla fame dai divorzi. Sicché il problema non è se la signora era ancora sua o meno, ma che per i suoi debiti furono chiesti soldi nostri, con mezzi nostri, mediante uomini da noi pagati. “Noi” saremmo il Paese in cui nessuno dei soggetti coinvolti è retto da capitali interamente privati. Se fa fatica a capirlo, possiamo provare a scriverlo in inglese.

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